La fuga in Puglia e i messaggi alla madre di Lorena Isceri
La giovane si trasferisce temporaneamente in Puglia, dove rimane fino al 28 agosto. Anche a distanza, sempre secondo quanto ricostruito, avrebbe ricevuto ripetute chiamate e messaggi da Vella.
Il primo settembre, dopo il ritorno a Firenze, l’uomo le invia delle scuse e afferma di aver iniziato un percorso analitico con un medico. Il nominativo indicato, tuttavia, non risulterebbe presente negli elenchi dell’ordine professionale.
Il 4 settembre, giorno dell’ultimo capitolo della vicenda, Vella tenta più volte di mettersi in contatto con la madre di Lorena. Senza ricevere risposta, le scrive inizialmente: «Sei perfida». Alle 14:58 invia poi il messaggio che sconvolge la famiglia: «Tua figlia è morta».
Morte di Lorena Isceri: gli accertamenti della Procura
Gli esami medico-legali hanno aggiunto elementi rilevanti all’indagine. Secondo i riscontri finora emersi, Lorena Isceri era ancora viva al momento della caduta dal cavalcavia.
Sui polsi della giovane sono state inoltre rilevate lesioni ritenute compatibili, secondo quanto riportato, con l’uso di fascette di plastica per immobilizzarla. Resta da valutare il quadro completo attraverso le ulteriori verifiche disposte dagli inquirenti.
La Procura prosegue gli accertamenti nell’ambito di un fascicolo in cui sono ipotizzati il sequestro di persona aggravato e il femminicidio premeditato. Si tratta di contestazioni investigative che dovranno essere confermate o eventualmente ridefinite alla luce degli elementi raccolti.
Sono attesi anche gli esiti degli esami tossicologici, utili a stabilire l’eventuale assunzione di sostanze da parte di Vella. Gli investigatori stanno analizzando messaggi, testimonianze e gli avvenimenti che hanno preceduto la morte della giovane.
Le denunce mai presentate e la ricostruzione dei fatti
Il padre della ragazza, Franco Isceri, ha spiegato che Lorena non avrebbe presentato denunce per non compromettere la posizione lavorativa dell’uomo. Secondo il familiare, Vella avrebbe già ricevuto due richiami disciplinari dall’azienda presso cui lavorava.
La scelta di non rivolgersi alle autorità, sempre secondo la versione della famiglia, sarebbe stata dettata dal timore di aggravare ulteriormente quella situazione professionale. Ora il lavoro investigativo punta a ricostruire in modo puntuale ogni passaggio, dalla fine della relazione alle ultime ore, per chiarire dinamica e responsabilità.