
Crans Montana, la verità atroce su com’è morto Achille: “Lo ha fatto davvero” – Il racconto degli ultimi momenti di vita di Achille Barosi, il sedicenne milanese morto nel rogo di Crans-Montana, restituisce il quadro di una vicenda di profondo impatto umano. Nelle ore successive alla tragedia, le testimonianze dei familiari e degli amici hanno permesso di delineare con maggiore precisione ciò che è avvenuto all’interno del locale in fiamme nella notte di Capodanno. Il dolore della famiglia si intreccia così a una ricostruzione dettagliata dei fatti, che contribuisce a chiarire le dinamiche di una morte improvvisa e drammatica.

Crans Montana, la verità atroce su com’è morto Achille: “Lo ha fatto davvero”
La storia di Achille si colloca all’interno della più ampia tragedia avvenuta in Svizzera, che ha coinvolto un gruppo di giovani italiani in vacanza per festeggiare l’inizio del nuovo anno. Mentre le autorità elvetiche proseguono con le indagini sulle cause dell’incendio, le parole dei parenti e dei coetanei del ragazzo permettono di comprendere le sue ultime decisioni, maturate in pochi istanti ma decisive per il suo destino. Le informazioni oggi disponibili provengono soprattutto dalle dichiarazioni rese ai media e dalle prime risultanze investigative diffuse dalle fonti ufficiali. Attraverso queste voci, emerge il profilo di un adolescente descritto come sensibile, riflessivo e fortemente legato alla propria famiglia, che si è trovato coinvolto in una situazione di pericolo estremo in un contesto di festa e spensieratezza.
Il racconto proposto di seguito si fonda sulle fonti disponibili e mira a offrire una ricostruzione lineare, basata su elementi verificati, degli ultimi istanti di vita di Achille Barosi, del suo tentativo di mettersi in salvo e della scelta che lo ha portato a tornare indietro nel locale avvolto dal fumo e dalle fiamme.

La testimonianza dello zio e l’uscita dal locale in fiamme
A delineare con maggior precisione gli attimi che hanno preceduto la morte di Achille Barosi è lo zio, Michele Rescigno, che ha rilasciato una intervista a Repubblica. Nelle sue parole si traccia la cronologia degli eventi: il sedicenne sarebbe inizialmente riuscito a lasciare il locale in cui era divampato l’incendio, uscendo all’esterno senza riportare ferite gravi e trovando momentaneamente scampo dal fumo intenso che stava invadendo l’ambiente interno. Secondo questa ricostruzione, il ragazzo avrebbe realizzato solo dopo pochi istanti che una giovane amica, presente con il gruppo, non si trovava accanto a lui al momento dell’evacuazione. È in quel frangente che maturerebbe la decisione di rientrare nell’edificio. La scelta non viene descritta come improvvisata, ma come un atto consapevole, guidato dall’intenzione di verificare le condizioni della ragazza e di prestare aiuto a chi si trovava ancora all’interno.
Lo zio specifica che non si trattava di una relazione sentimentale, bensì di un legame nato nel contesto di un gruppo di amici in vacanza. Achille, dunque, sarebbe tornato sui propri passi con la convinzione di poter intervenire in sicurezza, ritenendo di avere ancora un margine di tempo per farlo. In quei pochi secondi, però, l’evoluzione dell’incendio avrebbe reso l’ambiente molto più ostile, con un rapido aumento di temperatura e concentrazione di fumi tossici. «È rientrato per dare una mano», afferma Michele Rescigno, sottolineando come la decisione del nipote non fosse dettata da avventatezza ma da un impulso di aiuto verso una persona conosciuta. Il contesto descritto è quello di un’emergenza in corso, in cui diversi ragazzi si stavano muovendo disordinatamente verso l’uscita, mentre il fuoco e il fumo si diffondevano in modo sempre più aggressivo nei locali del piano inferiore.
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