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Domenico in attesa di trapianto, l’avvocato: “Solo il 10% di possibilità, un unico medico disposto a operare”

Il ruolo del Centro nazionale trapianti e del centro trapiantologico

Oltre al profilo clinico, la procedura si colloca in una cornice istituzionale precisa. Non basta la sola disponibilità dell’organo: occorre che l’intero iter sia autorizzato e che l’assegnazione venga formalizzata. In Italia, questo passaggio coinvolge il Centro nazionale trapianti, che opera come snodo nazionale nella gestione delle autorizzazioni e della distribuzione, secondo criteri clinici e organizzativi.

Quindi il problema non è la disponibilità dell’organo, ma la decisione finale?
Esatto. La decisione definitiva non dipende solo dal singolo ospedale. Anche se il centro trapiantologico esprime un parere, il via libera formale deve arrivare dal Centro nazionale trapianti, che ha la responsabilità dell’assegnazione dell’organo”.

In concreto, il centro trapiantologico valuta la fattibilità dell’intervento in base alle condizioni del paziente, alle caratteristiche dell’organo e alla capacità della struttura di affrontare un’operazione complessa. Tuttavia, come ribadito, la formalizzazione del processo resta legata all’autorizzazione nazionale, che deve tenere insieme urgenza, compatibilità e sostenibilità del percorso clinico.

Struttura ospedaliera e contesto sanitario legato al caso di Domenico

Un solo chirurgo disponibile: «Oppido è l’unico disposto a operare»

Un ulteriore elemento emerso riguarda la disponibilità dell’équipe chirurgica. In situazioni ad alto rischio, l’individuazione del professionista disposto a intervenire assume un peso determinante, perché l’operazione richiede esperienza specifica e una valutazione rigorosa del rapporto tra rischi e benefici.

C’è già un medico disposto a intervenire?
Sì. Da quanto mi è stato riferito da uno dei medici, l’unico disposto a operare il bambino è il dottor Oppido. Si tratta però di un intervento con una probabilità di riuscita di appena il 10%.

La percentuale indicata, ribadita anche in questo passaggio, definisce la cornice in cui si colloca l’eventuale scelta di procedere. In casi simili, la stima di riuscita viene generalmente ricondotta alle condizioni del paziente e alla complessità dell’operazione, ma la decisione finale passa comunque attraverso una valutazione condivisa tra clinici e istituzioni.

Il consenso della madre e i passaggi prima di un’eventuale operazione

Sul piano familiare, viene confermato che la madre ha dato il consenso a proseguire, nonostante i rischi. È una decisione che, secondo quanto riportato, resta collegata all’idea di tentare l’unica opzione concreta disponibile nel contesto attuale.

La famiglia è d’accordo con questa scelta?
“Sì, la madre ha espresso il suo consenso. È una decisione difficilissima, ma è l’unica possibilità concreta che esiste in questo momento”.

Nelle ore che precedono un trapianto, oltre alla compatibilità, vengono normalmente completati ulteriori passaggi: conferme cliniche, coordinamento logistico, verifica delle condizioni del ricevente e pianificazione dell’intervento con l’équipe. In questa fase, ogni decisione viene incardinata su criteri tecnici e su autorizzazioni formali, con l’obiettivo di ridurre i margini di rischio pur in un quadro complesso.

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Il peso del parere clinico e l’autorizzazione formale

Il punto di equilibrio, come evidenziato, sta nel rapporto tra la valutazione del centro che seguirebbe il trapianto e la decisione nazionale. Il primo fornisce l’analisi clinica e la fattibilità operativa; il secondo garantisce il rispetto dei criteri di assegnazione e l’autorizzazione finale.

Quanto pesa il parere del centro locale rispetto al Centro nazionale trapianti?
“Il parere del centro trapiantologico è determinante e influenza la decisione finale, ma l’autorizzazione formale resta comunque competenza del Centro nazionale trapianti. È lì che si decide se procedere oppure no”.

In attesa dell’esito delle verifiche e delle decisioni istituzionali, la situazione resta sospesa tra tempi tecnici e responsabilità formali. Il dato che continua a definire il quadro è quello già comunicato: 10% di possibilità. Una stima che rende chiaro il livello di difficoltà, ma che mantiene aperta, almeno sul piano procedurale, la possibilità di tentare l’intervento.

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