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Garlasco, la furia di Stasi. E arriva la decisione shock

Il processo per diffamazione e il nodo della competenza territoriale

Il procedimento penale per diffamazione a carico di Anna Vagli è destinato ad aprirsi nel mese di marzo. Secondo quanto ricostruito, il fascicolo era stato dapprima iscritto presso la Procura di Milano, sulla base dei criteri inizialmente individuati in relazione al luogo in cui il contenuto ritenuto diffamatorio è stato reso disponibile al pubblico e alla sede della testata online che lo ha diffuso. In una fase successiva, la difesa della criminologa ha sollevato un’eccezione relativa alla competenza territoriale, sostenendo che il processo debba essere celebrato presso l’autorità giudiziaria del luogo di residenza dell’imputata, ovvero Forte dei Marmi. Tale richiesta si fonda sui principi che regolano la competenza per i reati commessi a mezzo stampa o tramite strumenti di comunicazione telematica, per i quali la giurisprudenza ha spesso posto al centro il luogo in cui l’autore del contenuto ha materialmente agito o risiede.

La questione della competenza territoriale assume un ruolo centrale soprattutto nelle fasi iniziali del procedimento, poiché da essa dipendono la sede del dibattimento, il giudice chiamato a pronunciarsi e l’organizzazione complessiva del processo. Spetterà quindi agli organi giudiziari valutare se accogliere o meno l’eccezione formulata dalla difesa di Vagli e, di conseguenza, decidere se trasferire o confermare la sede processuale originariamente individuata. Questa nuova appendice giudiziaria va a sommarsi alle molteplici vicende processuali che hanno già interessato il caso di Garlasco, confermando come, a distanza di quasi vent’anni dal delitto, la vicenda continui a produrre effetti non soltanto in ambito penale, ma anche nel rapporto tra cronaca, analisi criminologica, diritti delle persone coinvolte e limiti della comunicazione pubblica.

Alberto Stasi, imputato per l

Il delitto di Garlasco: un caso di cronaca che continua a far discutere

L’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco, in provincia di Pavia, è sin dall’inizio uno dei casi di cronaca giudiziaria più seguiti in Italia. La giovane viene ritrovata priva di vita all’interno dell’abitazione, con segni evidenti di aggressione. A dare l’allarme è proprio Alberto Stasi, all’epoca fidanzato della vittima, che viene ben presto iscritto nel registro degli indagati. Il percorso processuale che ne segue è lungo e complesso, caratterizzato inizialmente da pronunce di assoluzione e successivamente da un ribaltamento del quadro giudiziario nelle fasi successive di giudizio. L’evoluzione delle decisioni, accompagnata da una forte esposizione mediatica, contribuisce a trasformare il caso di Garlasco in un vero e proprio terreno di confronto tra esperti, commentatori e opinione pubblica, con posizioni spesso confliggenti sulla ricostruzione dei fatti e sulla responsabilità dell’imputato.

Nonostante la condanna definitiva a carico di Stasi, il dibattito sul caso non si è mai interrotto del tutto. Documentari, programmi televisivi, libri e articoli di approfondimento hanno continuato negli anni a ripercorrere le tappe dell’inchiesta e del processo, alimentando un flusso costante di analisi e interpretazioni. È in questo contesto che si colloca anche l’intervento della criminologa Anna Vagli, ora oggetto della querela per diffamazione da parte dell’ex imputato. Il nuovo procedimento penale non rimette in discussione la sentenza definitiva sull’omicidio di Chiara Poggi, ma apre un fronte distinto, relativo alla responsabilità di chi, commentando un caso giudiziario, utilizza espressioni e ricostruzioni che possono incidere sulla reputazione delle persone coinvolte. Il punto centrale sarà quindi stabilire se il contenuto dell’articolo contestato sia rimasto entro i confini del lecito esercizio del diritto di cronaca e di critica o se, come sostiene la difesa di Stasi, abbia oltrepassato tali limiti configurando il reato di diffamazione.

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