
Il conflitto in Iran entra in una fase con ricadute dirette sull’economia internazionale. L’allarme arriva dal Qatar, che segnala uno stop alle forniture, mentre lo stretto di Hormuz risulta di fatto paralizzato nel contesto dell’escalation militare. La reazione dei mercati è immediata: il petrolio accelera, il gas subisce nuove tensioni e le principali Borse registrano ribassi. In questo scenario si rafforza l’ipotesi, già monitorata dagli operatori, di un greggio fino a 150 dollari al barile qualora la crisi dovesse prolungarsi.
Da Doha, il ministro dell’Energia Saad al-Kaabi ha avvertito che, nel giro di pochi giorni, tutti gli esportatori del Golfo potrebbero essere costretti a interrompere le esportazioni di petrolio e gas. Le dichiarazioni hanno contribuito ad alimentare l’aumento dei prezzi sui mercati energetici: il Brent con consegna a maggio ha superato i 90 dollari, spingendosi vicino ai 94, con un rialzo dell’8% in una seduta e sui livelli più alti dall’inizio della guerra. Anche il Wti statunitense ha segnato un incremento marcato, chiudendo a 90,90 dollari, con +12% in un giorno e +35% nell’arco di una settimana.

Stop del Qatar e attacco a Ras Laffan
Un elemento centrale è la sospensione annunciata dal Qatar, secondo produttore mondiale di Gnl. L’emirato ha dichiarato lo stato di forza maggiore e ha annullato le consegne successive a un attacco con droni iraniani contro l’impianto di Ras Laffan, snodo principale per la liquefazione del gas. La produzione è stata fermata per motivi di sicurezza e, secondo quanto riferito da al-Kaabi, il ripristino della piena operatività potrebbe richiedere settimane o mesi.
L’interruzione colpisce un’infrastruttura strategica e si inserisce in un contesto già caratterizzato da elevata incertezza sull’offerta, con effetti immediati su contratti e quotazioni legate al gas e ai prodotti energetici.

Stretto di Hormuz e rischio sull’offerta globale
Il punto più sensibile resta lo stretto di Hormuz, passaggio marittimo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. L’intensificarsi delle tensioni nel Golfo ha determinato un congelamento di fatto del traffico navale, con compagnie e operatori che mostrano riluttanza a far transitare le petroliere in un tratto considerato ad alto rischio. Il timore principale riguarda un improvviso shock dell’offerta.
In Iraq una quota rilevante della produzione risulta già interrotta. Inoltre, altri Paesi del Golfo potrebbero ridurre i livelli estrattivi se la crisi dovesse continuare. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, anche il Kuwait avrebbe già diminuito l’attività in alcuni impianti.
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