
La notte si è trasformata in un nuovo punto di svolta nel conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Tra minacce, raid e tentativi diplomatici, le ore più buie hanno restituito un quadro ancora più instabile, segnato da dichiarazioni durissime e da una crescente pressione militare. Sullo sfondo, il nodo strategico dello Stretto di Hormuz e una trattativa che, almeno per ora, sembra non trovare sbocchi concreti.


Guerra Iran: l’ultimatum di Trump e la tensione su Hormuz
Il confronto si è acceso ulteriormente dopo le parole del presidente americano Donald Trump, che avrebbe spostato a breve la scadenza di un ultimatum già carico di tensione. L’obiettivo dichiarato è la riapertura dello Stretto di Hormuz, crocevia fondamentale per il traffico energetico globale. Il tono è stato tutt’altro che diplomatico: “Aprite il maledetto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno”.
Una minaccia che non esclude nemmeno l’invio di truppe di terra e che ha trovato una risposta immediata da parte di Teheran. I Pasdaran hanno infatti replicato senza lasciare spazio a interpretazioni: “Lo Stretto di Hormuz non tornerà mai più al suo stato precedente”. Una presa di posizione netta che rende evidente quanto il controllo delle rotte energetiche sia ormai al centro dello scontro.

Guerra Iran: raid, vittime e accuse di crimini di guerra
Sul terreno, la notte ha registrato un bilancio pesante. Secondo fonti iraniane, almeno 17 persone sono morte nei raid condotti da Israele e Stati Uniti, con attacchi che hanno colpito aree residenziali e infrastrutture civili. Tra le vittime, anche sei bambini sotto i dieci anni nella provincia della capitale.
I bombardamenti hanno interessato diverse zone, tra cui il Baharestan e la parte orientale di Teheran, dove edifici residenziali sono stati distrutti e decine di strutture danneggiate. Colpite anche strutture energetiche e universitarie, con blackout diffusi e danni a una moschea.
Parallelamente, Israele ha accusato l’Iran di utilizzare armi vietate contro civili. Il portavoce dell’Idf, Nadav Shoshani, ha denunciato l’uso di bombe a grappolo, parlando di “un crimine di guerra chiaro e reiterato, commesso con premeditazione”. Le accuse si inseriscono in un contesto di crescente tensione internazionale, con richieste implicite di intervento da parte delle Nazioni Unite.
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