
Cento anni attraversati con una matita in mano e lo sguardo curioso di chi non ha mai smesso di osservare il mondo. La notizia della scomparsa di uno dei più longevi protagonisti del fumetto europeo ha scosso appassionati e addetti ai lavori, ricordando quanto il suo talento abbia lasciato un’impronta indelebile. Si chiude così un capitolo fondamentale della cultura popolare del Novecento, fatto di migrazioni, invenzioni grafiche, personaggi memorabili e di un talento capace di parlare a generazioni diverse senza mai perdere freschezza.


Dino Attanasio e una vita che attraversa il Novecento
L’artista si è spento sabato 17 gennaio a Jette, quartiere di Bruxelles, la città che aveva scelto come casa negli ultimi anni. Aveva cento anni. A dare la notizia è stata la casa editrice belga Editions Hibou, che lo aveva voluto tra i primi collaboratori, riconoscendo il valore di un percorso creativo che ha contribuito a definire l’identità del fumetto europeo. La sua figura ha rappresentato un ponte naturale tra l’Italia del dopoguerra e il cuore pulsante dell’editoria franco-belga, in un’epoca in cui il fumetto stava diventando un linguaggio universale.

Dino Attanasio e il percorso inatteso di un autore poliedrico
Prima di diventare uno dei nomi più rispettati del settore, il fumettista aveva seguito strade apparentemente lontane. Cresciuto in una famiglia di musicisti, si forma inizialmente come chitarrista insieme al fratello Gianni, studia pittura all’Accademia di Brera e pratica sport a livello agonistico. Il disegno, però, resta una costante silenziosa che finisce per imporsi come vocazione definitiva. Negli anni Quaranta partecipa alla realizzazione de La rosa di Bagdad, primo lungometraggio animato italiano, esperienza che anticipa una carriera segnata da continua sperimentazione e da una sorprendente capacità di adattamento ai linguaggi più diversi.
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