L’inchiesta sull’attentato e la frase su Sigfrido Ranucci
Con il passare dei minuti, la telefonata si sarebbe spostata dalla situazione in Africa alla vicenda giudiziaria che, poco dopo, avrebbe portato all’arresto di Lavitola. Il riferimento è all’attentato per il quale è accusato di essere il mandante e al possibile coinvolgimento di Gomes Tavares, da lui definito “un figlio”.
Alla domanda sulla presunta partecipazione di Tavares, Lavitola ha dichiarato di avere appreso gli sviluppi dalla televisione. Ha quindi esposto un ragionamento che ha definito paradossale: “Se l’ha fatto Gomes, vuol dire che l’ho fatta fare io, e se l’ho fatta fare io, vuol dire che l’ho fatto d’accordo con Sigfrido”.
Secondo Lavitola, questa ricostruzione non avrebbe una logica e sarebbe già stata illustrata alla Procura. A suo giudizio, Sigfrido Ranucci non avrebbe avuto interesse a organizzare o favorire un episodio simile, considerata la scorta di cui disponeva, gli ascolti di Report e la programmazione già prevista della trasmissione.
Lavitola ha inoltre respinto una possibile pista sentimentale, sostenendo che le persone indicate non si sarebbero conosciute, e ha escluso anche scenari di natura istituzionale: “Non credo che ci sia qualcuno del governo che ha mandato i servizi segreti a mettere la bomba”.

Il sondaggio su Ranucci e i rapporti con Urban Vision
Nel colloquio è stata affrontata anche la cosiddetta questione politica, legata a un sondaggio che Lavitola avrebbe pensato di commissionare per valutare il possibile consenso di Ranucci come leader del centrosinistra. L’interessato ha negato qualsiasi collegamento con l’attentato, richiamando la distanza temporale tra i due episodi e alcuni messaggi WhatsApp che, a suo dire, sarebbero conservati.
“Si fa l’attentato a ottobre e poi il sondaggio a giugno? – dice Lavitola – Vuol dire che siamo deficienti? Ci sta pure questo. Ma c’è un elemento – per fortuna via WhatsApp – legato a una serie di ritardi dovuti al fatto che non riuscivo a mettere insieme i soldi per fare il sondaggio, e siamo riusciti a farlo proprio nella settimana in cui li hanno arrestati. Per cui ci fu una sovraesposizione mediatica, e mandai un messaggio a Stefano Cappellini (da poco direttore di Repubblica), che aveva collaborato a fare i sondaggi, dicendogli di sospendere i sondaggi perché sarebbero usciti falsati”.
Sui presunti rapporti tra il conduttore di Report e Urban Vision, Lavitola ha ridimensionato la vicenda. Non vi sarebbe stato alcun incarico di consulenza, ma una cena organizzata, secondo la sua versione, su richiesta di altre persone per discutere un progetto legato ai carbon credit e a un’associazione destinata al sostegno delle comunità locali africane.
Per l’iniziativa, Lavitola ha riferito di avere cercato testimonial noti, tra cui Pupo e Patty Pravo. Era stata ipotizzata anche una cena di raccolta fondi con la presenza di alcuni capi tribali africani, progetto che sarebbe poi stato abbandonato.
Le ultime dichiarazioni e gli accertamenti in corso
In chiusura, Lavitola è tornato sul conflitto societario in Zimbabwe, sostenendo che le attività sui carbon credit sarebbero ormai compromesse. Ha invitato i giornalisti a valutare con cautela le parole dell’ex collaboratore e ha aggiunto: “Attento a quello che dice il mio socio. Quelli che adesso gestiscono la società non se ne staranno fermi: una richiesta danni da 70, 80, 100 milioni non è uno scherzo”.
I contatti con la redazione sarebbero proseguiti per un breve periodo tramite messaggi, prima di interrompersi. Dopo l’arresto e il trasferimento a Rebibbia, le dichiarazioni rese da Lavitola restano la sua versione dei fatti. Saranno le autorità, attraverso indagini e ulteriori accertamenti, a verificare responsabilità, collegamenti e attendibilità delle ricostruzioni emerse, nel rispetto della presunzione di innocenza.