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“L’ha fatto più volte”. Avvelenate ricina, il gesto di Gianni Di Vita che hanno notato tutti

Le tre consegne negli uffici della questura

Il primo ingresso di Di Vita in questura sarebbe avvenuto nella tarda mattinata, dopo le attività di perquisizione svolte dalla Squadra Mobile. In quella occasione l’uomo ha firmato il decreto di sequestro relativo a una borsa appartenuta alla moglie Antonella. L’oggetto si trovava nello studio commerciale che la coppia utilizzava per la propria attività professionale.

Stando a quanto riferito dal legale Vittorino Facciolla, Di Vita avrebbe collaborato con gli operatori, autorizzando l’accesso agli studi di Pietracatella e Campobasso e accompagnando personalmente gli investigatori durante le verifiche. La difesa ha ribadito che il commercialista è considerato persona offesa e non destinatario di provvedimenti giudiziari nell’ambito dell’inchiesta.

La procuratrice Antonelli, interpellata sul punto, ha confermato che allo stato degli atti non risultano cambiamenti nella posizione dell’uomo. Si tratta di un aspetto che viene sottolineato anche alla luce dell’attenzione suscitata dal caso nel piccolo centro molisano, dove la morte delle due donne ha profondamente colpito la comunità.

Poco dopo le 13, Di Vita è tornato nella sede della questura per una seconda volta. La permanenza sarebbe durata pochi minuti: in quel frangente ha consegnato spontaneamente un dispositivo elettronico. Ai cronisti che lo attendevano all’esterno ha risposto: «Sono serenissimo».

Alla domanda sulla richiesta di giustizia, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, ha aggiunto sorridendo: «Eh, vedete un po’ voi». Di Vita non ha poi voluto entrare nel merito degli sviluppi investigativi, limitandosi a dichiarare: «Parlerò nei tempi e nei modi che riterrò opportuni. Valuterò con il mio avvocato se rilasciare qualche dichiarazione».

Il terzo passaggio negli uffici della polizia è avvenuto intorno alle 18.30. Al termine dell’incontro sono stati consegnati due computer. I supporti saranno sottoposti a copia forense e ad approfondimenti tecnici, con l’obiettivo di estrarre eventuali contenuti utili. L’acquisizione di materiale informatico rientra nelle normali attività di verifica quando è necessario ricostruire comunicazioni, documenti, ricerche o cronologie rilevanti per un’indagine.

La cena del 23 dicembre e i racconti raccolti

Un altro capitolo degli accertamenti sulla ricina riguarda la cena del 23 dicembre. Di Vita l’avrebbe indicata come l’unica occasione nella quale avrebbe mangiato con la moglie e le figlie, senza la presenza della secondogenita Alice. Proprio questo pasto viene esaminato perché collocato prima della comparsa dei malori che, nei giorni successivi, hanno coinvolto più persone della famiglia.

Durante le prime fasi dell’attività investigativa, quando il procedimento era classificato come omicidio colposo, l’uomo avrebbe riferito di non ricordare quali alimenti fossero stati portati in tavola. Rispondendo a una domanda sull’eventuale consumo di qualcosa di sospetto, aveva richiamato quella cena come l’unico pasto consumato in tre e aveva dichiarato: «Non ricordo assolutamente cosa abbiamo mangiato, aveva preparato mia moglie».

Successivamente, nella documentazione collegata agli accertamenti clinici, sarebbe emerso un resoconto più articolato. Nel periodo di ricovero precauzionale presso lo Spallanzani, compreso tra il 30 dicembre e il 7 gennaio, Di Vita avrebbe parlato con una psicologa della comparsa contemporanea di sintomi, compreso il vomito, nella moglie e nella seconda figlia dopo un pasto condiviso.

In quel colloquio sarebbe stata menzionata una giardiniera di produzione domestica. Il riferimento viene ora considerato nel quadro complessivo delle dichiarazioni rese in tempi differenti, senza che da questo derivi, allo stato, un’attribuzione di responsabilità. Le verifiche puntano infatti a stabilire se gli alimenti citati possano avere un collegamento concreto con la ricostruzione dei fatti o se si tratti soltanto di informazioni raccolte nel corso di colloqui successivi al dramma.

L’8 gennaio, in un ulteriore incontro con gli investigatori, il racconto sarebbe tornato meno circostanziato. Di Vita avrebbe affermato: «Non ricordo assolutamente nulla di quello che è stato portato in tavola». Nei mesi seguenti, quando gli sono state rappresentate le apparenti divergenze tra le varie versioni, sarebbe tornato a menzionare la giardiniera, facendo riferimento anche ad altri cibi, tra cui insaccati e cozze.

La comparazione tra dichiarazioni non costituisce di per sé un elemento conclusivo, ma rappresenta uno dei passaggi che gli investigatori devono approfondire. In inchieste caratterizzate da un possibile avvelenamento, la ricostruzione precisa dei pasti, delle persone presenti, dei tempi di preparazione e della provenienza degli alimenti può assumere importanza per delimitare la sequenza degli eventi.

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