
C’è un dettaglio che, più di ogni altro, continua a tormentare chi sta cercando di ricostruire gli ultimi minuti dei cinque sub italiani morti alle Maldive. Non soltanto la profondità estrema della grotta sommersa, né il maltempo che quel giorno aveva già fatto scattare un’allerta, ma un elemento quasi invisibile e allo stesso tempo decisivo: una formazione di sabbia capace di alterare completamente la percezione dello spazio sott’acqua. Un errore di orientamento, forse di pochi secondi, che in un ambiente ostile e con l’aria in esaurimento potrebbe aver cambiato tutto.
Intanto il recupero dei corpi è stato completato e le indagini, avviate sia dalle autorità maldiviane sia dalla Procura di Roma, stanno cercando di chiarire cosa sia realmente accaduto all’interno del sistema di grotte sommerse di Devana Kandu, al largo dell’isola di Alimatha, nell’atollo di Vaavu. Come riporta Fanpage, tra le ipotesi più concrete emerse nelle ultime ore c’è quella avanzata dalla squadra finlandese intervenuta nelle operazioni di recupero.

Maldive, l’ipotesi del dosso di sabbia nella grotta
I cinque sub italiani — Gianluca Benedetti, Federico Gualtieri, Muriel Oddenino, Monica Montefalcone e la figlia Giorgia Sommacal — si erano immersi nella mattinata del 14 maggio, intorno alle 12.30. In superficie il mare era agitato e nell’area era già in vigore un’allerta meteo per vento forte e condizioni difficili.
Secondo le ricostruzioni, il gruppo si trovava all’interno di una delle camere del sistema di grotte quando qualcosa avrebbe compromesso l’orientamento. A formulare una delle ipotesi più discusse è stato il team del Divers Alert Network Europe (DAN), organizzazione specializzata in medicina subacquea arrivata sul posto il 16 maggio insieme ai soccorritori maldiviani.
I sub finlandesi Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist hanno individuato i corpi e li hanno trasferiti fino a circa 30 metri di profondità, dove poi sono intervenuti i sommozzatori delle Forze di Difesa Nazionali delle Maldive.
Secondo quanto spiegato a Repubblica dalla ceo di DAN, Laura Marroni, nella seconda camera della grotta sarebbe presente un enorme dosso di sabbia alto circa dieci metri, tanto imponente da poter sembrare una parete rocciosa. Proprio questo elemento avrebbe tratto in inganno il gruppo, inducendolo a imboccare un passaggio cieco convinti che fosse l’uscita. “Sarebbe stato molto complesso ritornare, soprattutto con la poca scorta d’aria”, ha dichiarato Marroni.
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