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Madre e figlia avvelenate, le prove che ribaltano tutto: come gli hanno dato la ricina

Madre e figlia avvelenate, le prove che ribaltano tutto: come gli hanno dato la ricina

Nel cuore dell’inchiesta sul cosiddetto giallo di Pietracatella emerge uno scenario che, se confermato, cambierebbe la lettura degli ultimi momenti di vita di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Le nuove evidenze scientifiche, ancora al vaglio degli investigatori, aprono infatti alla possibilità che la ricina, il veleno ritenuto responsabile dei decessi, possa essere stata introdotta in un modo molto più subdolo di quanto ipotizzato inizialmente. Un dettaglio che si intreccia con analisi tossicologiche, verifiche cliniche e confronti tra specialisti.

Ricina Pietracatella, l’ipotesi dell’acqua contaminata

Nel caso della ricina Pietracatella, uno dei punti più delicati riguarda la possibile somministrazione del veleno attraverso l’acqua. Secondo le valutazioni degli specialisti dell’ospedale Cardarelli, riportate da diverse fonti investigative e come riporta il quotidiano Libero, la sostanza — inodore, incolore e insapore — avrebbe potuto essere sciolta nei bicchieri utilizzati dalle vittime, probabilmente nella serata del 23 dicembre.

Un’ipotesi che non nasce nel vuoto, ma da precise considerazioni chimiche: la ricina, se esposta a temperature elevate o inserita in alimenti cotti, tenderebbe a degradarsi rapidamente, rendendo meno probabile una sua efficacia attraverso il cibo. Da qui l’attenzione degli inquirenti verso la via idrica come possibile veicolo dell’avvelenamento, mentre resta ancora aperto il ventaglio delle verifiche su ciò che è realmente accaduto in quelle ore decisive.

Ricina Pietracatella, le analisi del Cardarelli e i dubbi sulle modalità di somministrazione

Il nodo centrale del caso ricina Pietracatella resta la modalità di somministrazione del veleno. Le analisi condotte in ambiente ospedaliero hanno portato gli esperti a escludere con forza alcune piste inizialmente considerate, come quella delle flebo somministrate in casa da un infermiere amico di Gianni Di Vita, marito di una delle vittime. Gli investigatori, infatti, sembrano orientarsi verso un’altra direzione.

Come sottolinea ancora Libero, gli inquirenti parlano di una dinamica “on-off”, un’espressione che descrive l’effetto improvviso e letale della ricina sull’organismo umano. Il veleno agirebbe come un vero e proprio “interruttore biologico”, in grado di bloccare le funzioni cellulari essenziali. Un meccanismo che, secondo le ricostruzioni scientifiche, potrebbe spiegare il rapido peggioramento clinico delle due donne, avvenuto in tempi estremamente brevi e senza segnali intermedi evidenti.

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