Un evento estremo nel Mediterraneo, ma coerente con la dinamica atmosferica: il valore record registrato il 20 gennaio
L’onda record non rappresenta un episodio isolato. Per circa quarantotto ore la Sicilia meridionale ed orientale, la Calabria ionica, la Sardegna meridionale e le isole Eolie sono state interessate da mareggiate di intensità eccezionale, con conseguenti danni significativi alle infrastrutture lungo litorale.
L’evento è il risultato di una combinazione di condizioni atmosferiche estreme e di specifiche caratteristiche geomorfologiche del bacino mediterraneo. Il mega-ciclone Harry ha prodotto un fetch molto esteso, ossia un’ampia superficie marina su cui il vento ha soffiato per un periodo prolungato con intensità elevata e direzione pressoché costante, trasferendo notevoli quantità di energia dall’atmosfera al mare.
Il valore massimo di altezza registrata è stato di 16,66 metri: corrisponde all’altezza massima dell’onda (Hmax), cioè alla distanza verticale tra la cresta più alta e il cavo più profondo rilevati nel periodo di campionamento. La misurazione è resa possibile da moderni sensori inerziali, in grado di monitorare il moto ondoso con frequenze molto elevate e inviare i dati in tempo reale.

Serie storiche limitate: il record riguarda solo il periodo osservato
Per valutare correttamente il significato di questo record d’onda nel Mediterraneo è necessario considerare l’orizzonte temporale dei dati disponibili. La misurazione strumentale sistematica del moto ondoso nel bacino mediterraneo è iniziata solo in tempi relativamente recenti: le prime reti di boe fisse sono operative dalla fine degli anni Ottanta. In Italia, la rete nazionale è attiva dal 1989.
Di conseguenza, la comunità scientifica dispone di meno di quarant’anni di osservazioni affidabili, un periodo molto breve in termini climatologici. In precedenza, le informazioni sulle grandi mareggiate provenivano principalmente da osservazioni visive, relazioni di naviganti o ricostruzioni indirette basate su dati di pressione atmosferica, con un inevitabile margine di incertezza.
Il moto ondoso non lascia tracce fisiche durature sul territorio paragonabili, ad esempio, a quelle di un’alluvione o di un’eruzione vulcanica. Per questo motivo non è possibile determinare con esattezza l’altezza di una singola onda che si sia verificata in epoche passate. Il dato del 2026 deve quindi essere interpretato come il valore più alto mai misurato con strumenti, senza poterlo definire con certezza come il massimo assoluto mai verificatosi.
Il gradiente barico eccezionale tra ciclone e anticiclone
La genesi dell’evento è legata in modo diretto alla particolare configurazione sinottica che ha interessato il Mediterraneo centrale. Il fattore determinante è stato l’elevato gradiente barico tra il centro del ciclone Harry, posizionato a sud della Sicilia, e l’anticiclone di blocco Christian, stabile sull’area balcanica.
La differenza di pressione, superiore ai 45 hPa, ha determinato un addensamento marcato delle isobare e la conseguente formazione di venti di tempesta persistenti. L’anticiclone ha svolto il ruolo di barriera atmosferica, limitando lo spostamento del ciclone e costringendo il flusso d’aria a incanalarsi in un’area ristretta. Questo assetto ha favorito un trasferimento di energia cinetica verso la superficie del mare di intensità non comune nel periodo recente.
Un record osservativo, non un evento “mai accaduto”
Definire l’onda di oltre 16 metri come un fenomeno «mai verificatosi prima» non risulta corretto dal punto di vista scientifico. È più appropriato affermare che si tratta del valore massimo registrato da quando sono disponibili strumenti adeguati. L’evoluzione tecnologica ha incrementato in modo significativo la capacità di osservazione: satelliti, radar e boe intelligenti consentono oggi di intercettare con precisione i picchi di altezza d’onda, riducendo sensibilmente il cosiddetto bias di osservazione.
Le cronache del passato e i documenti relativi alla navigazione riportano episodi di tempeste invernali in grado di distruggere porti, fortificazioni costiere e flotte navali. È quindi ritenuto plausibile che, nel corso dei secoli, si siano già generate onde con dimensioni paragonabili, o anche superiori, a quelle misurate nel 2026, senza che vi fosse la possibilità di una rilevazione strumentale diretta.
Analisi dell’evento: variabilità naturale e prospettive future
Le leggi che regolano la fisica delle onde prevedono che episodi di carattere estremo rientrino nella variabilità naturale del sistema atmosferico e marino. In presenza di un gradiente barico così marcato come quello osservato tra il ciclone Harry e l’anticiclone Christian, il raggiungimento di altezze eccezionali delle onde risulta compatibile con i modelli teorici utilizzati in meteorologia e oceanografia.
Attribuire un singolo episodio al cambiamento climatico non è metodologicamente corretto: l’analisi dei trend climatici si basa su serie di dati di lunga durata, su scale temporali pluridecennali e con riferimento ad ampie regioni geografiche, non su un singolo evento, per quanto intenso.
Il valore di 16,66 metri nel Canale di Sicilia non rappresenta quindi un segnale isolato di carattere apocalittico, ma un elemento che conferma la potenza dei sistemi atmosferici classici in presenza di specifiche condizioni di pressione e vento.
L’episodio evidenzia, inoltre, la necessità di considerare, nella progettazione e nell’adeguamento delle infrastrutture costiere, non solo la breve serie storica di misurazioni strumentali degli ultimi quarant’anni, ma anche la memoria lunga del Mediterraneo, un mare che nei secoli ha già mostrato la capacità di generare fenomeni estremi di notevole intensità.