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Migranti, i tribunali italiani si ribellano: la “botta finale”

Le nuove regole Ue sull’asilo sono operative da poche settimane, ma nelle aule giudiziarie italiane stanno già emergendo le prime contestazioni. Da Bologna a Palermo, fino a Trieste, diversi provvedimenti hanno acceso l’attenzione sulle procedure accelerate per migranti, sui tempi degli esami e sulle garanzie riconosciute ai richiedenti protezione internazionale.

Secondo quanto emerso dalle decisioni, il nodo non riguarda soltanto la rapidità delle valutazioni. Al centro degli accertamenti ci sono anche atti non tradotti, misure restrittive contestate e l’applicazione delle procedure di frontiera in territori che, al momento dei fatti, non risultavano formalmente individuati come tali.

Patto europeo migrazioni, i primi ricorsi nei tribunali italiani

Il Patto europeo per le migrazioni è entrato in vigore il 12 giugno ed è stato indicato dal governo come uno strumento per rendere più rapida la gestione delle domande di protezione internazionale. Il sistema punta a distinguere in tempi brevi le richieste che necessitano di approfondimenti da quelle da esaminare con un iter semplificato.

Le procedure accelerate possono riguardare, in particolare, chi proviene da Paesi inclusi nell’elenco europeo degli Stati ritenuti sicuri. Tuttavia, nelle prime settimane di applicazione, alcuni giudici hanno rilevato che la sola nazionalità non può determinare automaticamente una riduzione delle tutele previste.

La situazione, secondo i magistrati intervenuti nei vari episodi, richiede una verifica concreta delle singole vicende. Vulnerabilità personali, violenze subite, sfruttamento o condizioni di pericolo potrebbero infatti rendere necessario un esame più approfondito della domanda.

Il caso di Bologna e il giovane del Bangladesh

Uno dei provvedimenti più recenti arriva dal Tribunale di Bologna e riguarda un giovane originario del Bangladesh, Paese inserito dalla Commissione europea nell’elenco degli Stati sicuri. Prima dell’arrivo in Italia, il ragazzo aveva attraversato più Paesi durante il proprio percorso migratorio.

In particolare, era stato inizialmente in Kuwait, “dove è stato sfruttato lavorando in condizioni di semi-schiavitù”, hanno spiegato i giudici. In seguito aveva raggiunto la Romania, prima di entrare in Italia il 9 maggio.

La domanda di protezione era stata presentata dal suo legale il 9 giugno, tre giorni prima dell’entrata in vigore del Patto. Il modulo per la formalizzazione dell’istanza, però, era stato compilato soltanto il 23 giugno e la Commissione territoriale aveva considerato quest’ultima data per sottoporre il giovane alle nuove procedure.

Il Tribunale ha contestato questa ricostruzione. Per i giudici, il riferimento decisivo sarebbe la manifestazione della volontà di richiedere asilo, espressa attraverso l’avvocato, e non il successivo completamento materiale del modulo. La richiesta, dunque, sarebbe precedente alle nuove norme e non trattabile con la procedura accelerata di frontiera.

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