
La vicenda giudiziaria che coinvolge il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini sul caso Open Arms è approdata oggi, 17 dicembre, davanti alla Corte di Cassazione. Al termine della requisitoria dinanzi alla quinta sezione penale, la Procura generale della Cassazione ha sollecitato il rigetto del ricorso proposto dalla Procura di Palermo, chiedendo di confermare l’assoluzione di Salvini pronunciata in primo grado nel dicembre 2024 dalle accuse di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio. A sostenere questa linea sono stati i procuratori generali Luigi Giordano e Antonietta Picardi, che hanno definito infondate le censure mosse contro la sentenza del tribunale.

Il ricorso è stato proposto con la formula cosiddetta “per saltum“, cioè tramite un’impugnazione eccezionale che consente di portare il caso direttamente in Cassazione senza passare dal giudizio di appello. Si tratta di uno strumento raro, riservato a ipotesi particolarmente rilevanti sotto il profilo giuridico e istituzionale, che nel caso Open Arms ha evidenziato fin da subito la forte rilevanza politica e processuale della vicenda.

Open Arms, la posizione di Matteo Salvini in Cassazione
Sui propri canali social, Matteo Salvini ha commentato la nuova udienza in Cassazione con un messaggio sintetico ma dal chiaro valore politico: “Difendere l’Italia e gli italiani non è reato“. La frase riassume l’impostazione difensiva adottata dal leader della Lega fin dall’apertura del procedimento, centrata sulla legittimità delle scelte compiute al Viminale in materia di gestione dei flussi migratori.
L’avvocata Giulia Bongiorno, legale di fiducia di Salvini, ha definito il ricorso della Procura di Palermo “totalmente inammissibile“, ribadendo come, a suo giudizio, le decisioni assunte nel 2019 fossero strettamente connesse all’esercizio delle funzioni ministeriali e fondate sul quadro normativo allora vigente.

Il caso Open Arms e i fatti del 2019
La vicenda che ha dato origine al processo Open Arms risale all’estate del 2019. Il 1° agosto di quell’anno, la nave della ong spagnola Open Arms intervenne al largo della Libia per soccorrere 124 migranti in difficoltà. Il giorno seguente, l’imbarcazione fece richiesta alle autorità italiane di un porto sicuro in cui far sbarcare le persone soccorse.
In quel periodo era in vigore il decreto Sicurezza bis, che prevedeva la possibilità di limitare o vietare l’ingresso nelle acque territoriali italiane alle navi delle ong impegnate nelle operazioni di salvataggio. In applicazione di quelle norme, l’accesso fu negato. Nei giorni successivi si susseguirono ulteriori interventi di soccorso e alcuni trasferimenti a terra per ragioni sanitarie, ma a bordo rimasero 121 persone, tra cui 32 minori, in buona parte non accompagnati.
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