
La televisione pubblica perde una delle sue figure più longeve e influenti, un protagonista silenzioso che ha attraversato decenni di storia italiana contribuendo a costruire il linguaggio del racconto giornalistico in Rai. Un nome che ha lavorato spesso dietro le quinte, ma che ha lasciato un’impronta profonda nel modo di osservare il Paese e di raccontarne le trasformazioni sociali.

Gigi Marsico, una vita lunga quasi un secolo al servizio del racconto
Gigi Marsico si è spento all’età di 98 anni. Era nato nel 1927 a Costantinopoli, l’attuale Istanbul, in un contesto storico segnato da profondi cambiamenti geopolitici. Il suo ingresso in Rai avviene nei primi anni Cinquanta: nel 1951 esordisce come attore nei radiodrammi, un settore allora centrale per il servizio pubblico.
Poco dopo, però, emerge con chiarezza la sua vera vocazione: il giornalismo. Nel 1955 diventa giornalista professionista e iniziň a collaborare stabilmente con il Giornale Radio, per il quale realizza fino al 1962 circa cento documentari e inchieste. Un lavoro intenso, svolto in un periodo in cui la radio rappresentava ancora uno strumento essenziale di informazione e approfondimento.
L’arrivo in televisione e l’incontro con Enzo Biagi
Il passaggio alla televisione avviene grazie a Enzo Biagi, allora direttore del Telegiornale, che chiama Marsico a lavorare per la tv. È un momento cruciale: la Rai sta consolidando il proprio ruolo centrale nel sistema informativo nazionale e il Tg diventa uno dei luoghi principali del dibattito pubblico.
Marsico si inserisce in questo contesto portando un approccio personale e riconoscibile: uno sguardo attento ai dettagli, alle storie marginali, a ciò che spesso restava fuori dal racconto ufficiale. Il suo lavoro non è mai gridato, ma costruito su osservazione, ascolto e rigore narrativo.
Scopriamo tutti i dettagli nella pagina successiva