
C’è un momento, durante un processo, in cui tutto può cambiare. Anche una verità sostenuta per mesi può improvvisamente crollare davanti ai giudici, lasciando spazio a una confessione destinata a segnare l’intera vicenda giudiziaria. È quello che è accaduto a Mantova, dove un’udienza per un omicidio avvenuto nel dicembre 2024 si è trasformata in un colpo di scena. L’imputata, fino a quel momento ferma nella propria versione dei fatti, ha deciso di ammettere le proprie responsabilità, pronunciando parole che hanno chiuso una vicenda rimasta a lungo avvolta nel mistero.

La confessione davanti alla Corte d’Assise
«Sono stata io. Non ce la facevo più. Ho preso la pistola e l’ho ucciso». È stata questa la confessione pronunciata da Rosa Capuano durante l’udienza del 4 novembre davanti alla Corte d’Assise di Mantova. La donna ha riconosciuto di essere l’autrice dell’omicidio del padre Francesco Capuano, pensionato di 79 anni con disabilità, interrompendo così la linea difensiva mantenuta fino a quel momento.
Una dichiarazione arrivata proprio al termine del dibattimento, quando il procedimento era ormai giunto a una fase decisiva. Fino a quel momento, infatti, l’imputata aveva sempre respinto le accuse, sostenendo la propria innocenza. La confessione ha cambiato radicalmente il quadro processuale, portando alla definizione della pena richiesta dalla pubblica accusa.
La condanna a 25 anni di carcere
Il pubblico ministero Alessia Silimbani aveva chiesto per Rosa Capuano una condanna a 25 anni di reclusione, escludendo la pena dell’ergastolo. Nella valutazione dell’accusa hanno avuto un peso l’ammissione di responsabilità e il riconoscimento delle attenuanti generiche, considerate equivalenti alle aggravanti contestate.
La Corte d’Assise ha accolto integralmente la richiesta, condannando la donna a 25 anni di carcere. I giudici hanno escluso l’aggravante dei motivi abietti e futili, confermando invece quelle della premeditazione e del rapporto di parentela con la vittima. Le attenuanti generiche sono state quindi ritenute equivalenti alle aggravanti riconosciute.
La sentenza è arrivata al termine di un percorso investigativo e giudiziario particolarmente delicato. Come comunicato dal comando provinciale dei Carabinieri di Mantova, la confessione è stata resa dall’imputata proprio nella fase conclusiva del dibattimento, consentendo di fare chiarezza sulla sua posizione.
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