
Una relazione psicologica su Alberto Stasi, rimasta nel fascicolo dei Ris di Parma relativo all’omicidio di Chiara Poggi, torna ad attirare l’attenzione sul delitto di Garlasco. Il documento, secondo quanto riferito da Libero in un articolo firmato da Luca Fazzo, sarebbe stato richiesto da Luciano Garofano, già comandante del reparto investigativo dell’Arma.
La vicenda riguarda un atto che non risulterebbe essere stato depositato formalmente nell’ambito dell’indagine. La relazione sarebbe tuttavia rimasta nel fascicolo dei Ris numero 3306 del 2007, quello che raccoglieva gli accertamenti tecnici eseguiti dopo l’uccisione di Chiara Poggi, avvenuta a Garlasco il 13 agosto dello stesso anno.
Il punto centrale non è soltanto il contenuto della valutazione, ma il percorso attraverso il quale sarebbe stata predisposta. Secondo la ricostruzione riportata, Garofano si sarebbe interessato alla personalità di Stasi e avrebbe chiesto a una psicologa di sua conoscenza di redigere un approfondimento sul giovane, allora indagato per l’omicidio della fidanzata.
Il documento sarebbe stato elaborato dalla criminologa Alessandra Bramante senza una specifica autorizzazione della procura. Per redigerlo, sempre secondo quanto emerso, sarebbero stati consultati anche atti investigativi e verbali degli interrogatori di Stasi che, in quella fase, risultavano coperti dal segreto istruttorio. Una circostanza che ha riportato l’attenzione sulle modalità operative adottate durante le indagini.

Il ruolo degli ufficiali incaricati delle analisi
Nel fascicolo dell’indagine figuravano gli accertamenti condotti dagli ufficiali Alberto Marino e Aldo Mattei, chiamati a occuparsi delle analisi e nominati consulenti dalla pm Rosa Muscio. Il loro lavoro, come quello degli altri specialisti coinvolti, avrebbe dovuto seguire le indicazioni dell’autorità giudiziaria e i quesiti formulati nell’incarico.
Le testimonianze richiamate negli interrogatori più recenti descriverebbero però una situazione interna mutata con l’arrivo di Garofano. L’attenzione degli inquirenti si è concentrata anche sulla catena decisionale del reparto e sull’eventuale incidenza dei vertici nella scelta delle attività da svolgere o dei documenti da acquisire.
A riferire alcuni particolari sarebbe stato Marco Pizzamiglio, all’epoca vice di Garofano, ascoltato il 25 settembre. Stando a quanto riportato, Pizzamiglio avrebbe raccontato che il generale aveva assunto direttamente la gestione di una parte delle attività del reparto, intervenendo sulle questioni considerate più delicate.
Le sue parole, come le altre dichiarazioni raccolte, costituiscono elementi da verificare nel loro contesto. Il punto da chiarire resta se le iniziative contestualizzate nelle testimonianze rientrassero nel normale coordinamento operativo oppure se fossero state avviate al di fuori del mandato assegnato dai magistrati.
Il tema non riguarda soltanto la relazione psicologica su Stasi. La ricostruzione delle dinamiche interne ai laboratori dei Ris punta a definire con precisione il metodo seguito nella gestione dei reperti, delle analisi biologiche e delle comunicazioni tra gli ufficiali impegnati nel caso.
I risultati sul Dna dei pedali della bicicletta
Un secondo passaggio della vicenda riguarda gli esami effettuati nel settembre 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi. Il reperto fu sottoposto a verifiche biologiche nel corso dell’indagine e, secondo quanto riferito negli interrogatori, i controlli svolti in giornate consecutive avrebbero restituito esiti non coincidenti.
La circostanza ha attirato l’attenzione perché, in un’indagine fondata anche sull’analisi dei reperti, la ripetibilità dei risultati rappresenta un elemento essenziale. La presenza di dati differenti non equivale automaticamente a un errore, ma impone di valutare procedure, quantità di materiale disponibile, modalità di campionamento e condizioni nelle quali sono state svolte le verifiche.
Secondo la ricostruzione, Alberto Marino avrebbe informato Garofano degli esami eseguiti il 20 settembre 2007, che avrebbero fornito un quadro diverso rispetto a quello del giorno precedente. La discordanza avrebbe dato origine a un confronto prolungato nella sezione di biologia del Ris, dove gli operatori avrebbero discusso delle anomalie emerse.
Il colonnello Alessandro Coli, sentito dagli inquirenti il 17 settembre, avrebbe ricordato un risultato definito incerto sui pedali e la difficoltà di riprodurre nei test successivi il primo dato ottenuto. Nella sua testimonianza avrebbe inoltre manifestato perplessità rispetto all’ipotesi che il primo tampone potesse aver prelevato tutto il materiale biologico presente sul reperto.
La sequenza degli esami, secondo questa ricostruzione, appariva anomala agli stessi operatori che lavoravano sui campioni. Proprio per questo le dichiarazioni sono oggi richiamate nel tentativo di ricostruire in modo puntuale i passaggi tecnici: dall’esecuzione dei tamponi alla lettura dei risultati, fino alle comunicazioni avvenute all’interno del laboratorio.
Resta necessario distinguere i fatti documentati dalle valutazioni personali rese a distanza di anni. Gli accertamenti sul Dna della bicicletta di Stasi sono uno dei temi presenti nelle testimonianze, ma il loro significato processuale dipende dagli atti, dalle verifiche tecniche e dalle conclusioni che potranno essere assunte nelle sedi competenti.
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