
In una casa dal profilo dimesso, tra stanze raccolte e oggetti quotidiani sparsi ovunque, si intreccia la ricostruzione dei giorni della fuga di Sarah e Alisya. Un ambiente che racconta più delle parole: abitudini sospese, provviste accumulate e una convivenza che, secondo quanto riferito, sarebbe durata nel segno dell’isolamento e della tensione.

Sarah e Alisya, la casa della fuga tra oggetti e isolamento
L’appartamento descritto appare essenziale, segnato da mobili scuri, stanze piccole e un ordine solo apparente. In cucina si notano bottiglie d’acqua, pentole lasciate sui fornelli, asciugamani appesi e una televisione accesa in sottofondo. Nel soggiorno, tra sedie e ventilatori, si accumulano valigie, borse e sacchetti pieni di viveri. In una stanza separata sarebbero stati trovati anche pacchi di pasta, inclusi prodotti per celiaci, oltre a vestiti e generi alimentari acquistati per le due sorelle.
Secondo quanto emerge dal contesto ricostruito, le giornate si sarebbero svolte quasi sempre all’interno della casa, con una routine ridotta al minimo. Un quadro che, nelle parole raccolte, suggerisce una permanenza caratterizzata da forte chiusura e scarsa interazione con l’esterno.

Sarah e Alisya, la versione di Maria Sofia Di Russo
A parlare è Maria Sofia Di Russo, zia della madre delle due ragazze, che avrebbe ospitato Sarah e Alisya nei giorni della scomparsa. La donna respinge ogni accusa e racconta la sua versione dei fatti riportata dal Messaggero: «Mi hanno messa in mezzo, sono sola e mi hanno fregato. Io volevo solo aiutare, volevo che le bambine stessero bene e che tornassero con la mamma, così da chiudere questa storia».
Ricostruendo l’arrivo delle due minori, aggiunge: «Il nonno e il compagno della mamma me le hanno portate alle 4 del mattino, ma già dal giorno prima mi avevano detto che sarebbero arrivate». Una dinamica che, secondo il suo racconto, si sarebbe sviluppata senza un coinvolgimento diretto iniziale nelle decisioni familiari.
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