
A quasi vent’anni dalla strage di Erba, uno dei casi più discussi della cronaca giudiziaria italiana torna al centro dell’attenzione. L’eccidio avvenne l’11 dicembre 2006 nella palazzina di via Diaz, lasciando un segno profondo e duraturo nell’opinione pubblica.

Le vittime e la ricostruzione dei fatti
Quel giorno furono uccise Raffaella Castagna, il piccolo Youssef Marzouk di due anni, la nonna Paola Galli e la vicina Valeria Cherubini, quest’ultima morta dopo un’agonia dovuta alle gravissime conseguenze dell’incendio appiccato nell’appartamento. A salvarsi fu Mario Frigerio, rimasto ferito ma sopravvissuto e poi divenuto testimone centrale dell’inchiesta.
Per quei delitti sono stati condannati in via definitiva all’ergastolo Olindo Romano e Rosa Bazzi. La sentenza è stata confermata in tre gradi di giudizio, ma negli anni non sono mancati tentativi della difesa di rimettere in discussione l’impianto accusatorio, sostenendo l’esistenza di elementi nuovi.
Ora, dal carcere di Opera, dove sta scontando la pena, Romano è tornato a esporsi pubblicamente in un colloquio con Bruno Vespa, riproponendo una ricostruzione che si colloca in netto contrasto con la verità processuale consolidata.
Il colloquio e la linea difensiva: “La confessione ci fu estorta”
Nel confronto con Vespa, Olindo Romano ha ripreso uno dei punti su cui da tempo insiste la difesa: la contestazione delle modalità con cui sarebbero state raccolte le prime ammissioni. In particolare, l’uomo ha dichiarato: «La confessione ci fu estorta – racconta Romano – a me i carabinieri avevano prospettato solo 4-5 anni di carcere. E secondo l’avvocato di allora era l’unico modo per tirarci fuori dal guado».
Si tratta di un passaggio che incide su un aspetto delicato delle indagini: la ricostruzione del contesto in cui vennero rese le dichiarazioni iniziali. Nel corso del tempo, la vicenda processuale è stata oggetto di ampio dibattito pubblico, anche alla luce delle richieste di revisione presentate e delle valutazioni compiute dagli organi giudiziari competenti.
Romano ha inoltre richiamato il ruolo attribuito alla moglie, sostenendo che alcune affermazioni pronunciate da Rosa Bazzi all’epoca non rispecchiassero una scelta autonoma, ma sarebbero state condizionate da fattori esterni. Su questo punto, ha riportato testualmente: «Le frasi di Rosa erano una cosa combinata. Il filmato di Picozzi era tagliato, mancano dei pezzi», facendo riferimento allo psichiatra criminologo coinvolto nel procedimento.
Nel tempo, il delitto di Erba ha continuato a generare interrogativi e approfondimenti mediatici, anche per la natura dei reati contestati, l’impatto sulla comunità locale e la centralità di testimonianze e accertamenti tecnico-investigativi nella ricostruzione finale dei fatti.
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