Senato degli Stati Uniti: la risoluzione viene respinta
Il quadro si è complicato poche ore dopo con il voto del Senato, che ha respinto lo stesso provvedimento: 47 senatori si sono espressi a favore e 49 contro. L’esito evidenzia divisioni che attraversano entrambi gli schieramenti, dopo settimane in cui i due rami del Congresso avevano assunto posizioni più favorevoli alla fine del conflitto, pur con atti privi di effetti immediati.
Tra i repubblicani, la senatrice del Maine Susan Collins ha sostenuto la posizione democratica. Non è invece arrivato il voto del democratico John Fetterman, che ha appoggiato i repubblicani favorevoli alla prosecuzione della guerra.
Rand Paul e Lisa Murkowski, che in precedenza avevano sostenuto l’iniziativa, non hanno partecipato al voto. Il senatore Bill Cassidy ha motivato il cambio di orientamento con le informazioni ricevute dall’amministrazione Trump.
Trump e il War Power Act: il confronto con il Congresso
Al centro del dibattito resta il War Power Act, la legge del 1973 che pone limiti alla possibilità per il presidente di mantenere le truppe impegnate in ostilità senza una specifica autorizzazione parlamentare. La risoluzione votata alla Camera viene quindi letta come un segnale istituzionale, pur senza modificare nell’immediato il corso del conflitto.
Secondo i dati dell’American Research Group citati nel dibattito politico, l’indice di approvazione di Trump sarebbe sceso al 30%. Un dato che richiama l’attenzione della Casa Bianca mentre si avvicina il voto di metà mandato.

Sondaggi sulla guerra in Iran: diminuisce il sostegno Maga
Un elemento rilevante arriva dalla base elettorale repubblicana. Stando a un sondaggio riportato da Politico, il consenso alla guerra in Iran tra gli elettori Maga avrebbe registrato una flessione nel giro di due mesi.
A maggio, il 50% degli elettori Maga sosteneva il conflitto; la quota sarebbe poi scesa al 37%. Un ulteriore 37% ritiene che gli Stati Uniti possano proseguire le operazioni soltanto nel caso in cui non aumentino i costi.
La tendenza viene collegata anche alle ricadute economiche della guerra, in particolare ai timori per l’aumento dei costi energetici. Trump, tuttavia, continua a difendere la sua linea e ha affermato che l’Iran sarebbe interessato a un incontro con gli Stati Uniti.
«Fino a quando non saranno disposti a farlo in modo significativo non abbiamo interesse neanche a parlare»
Elezioni midterm, la guerra diventa un tema per i repubblicani
La guerra in Iran è ormai collegata alla strategia repubblicana in vista delle elezioni del 3 novembre. Secondo quanto riportato, i principali consiglieri del presidente hanno discusso delle conseguenze politiche del conflitto e delle iniziative necessarie per difendere il controllo del Congresso.
Nella pianificazione rientra anche la gestione delle risorse finanziarie destinate alla campagna e al sostegno dei candidati del partito. Al momento, il voto della Camera e la bocciatura del Senato non cambiano le operazioni sul terreno, ma confermano un confronto aperto tra la Casa Bianca, il Congresso e una parte dell’elettorato repubblicano.