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Garlasco, la furia di Stasi. E arriva la decisione shock

Immagine di repertorio relativa al caso di Garlasco e ad Alberto Stasi

Garlasco, la furia di Stasi. E arriva la decisione shock – Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, torna al centro dell’attenzione giudiziaria con un nuovo fronte legale. L’ex studente della Bocconi ha infatti presentato una formale querela per diffamazione nei confronti della criminologa Anna Vagli, accusandola di averlo indicato pubblicamente come responsabile del delitto in un contenuto diffuso online.

Ritratto di Chiara Poggi, vittima dellomicidio di Garlasco

Garlasco, la furia di Stasi. E arriva la decisione shock

Secondo quanto emerge dagli atti, la denuncia di Stasi è collegata a un servizio pubblicato sul web che, a suo dire, avrebbe travalicato i limiti del diritto di cronaca e di critica, attribuendogli, con toni perentori, la qualifica di assassino e prospettando un movente dell’omicidio fondato su elementi che la difesa giudica destituiti di fondamento sul piano processuale. Questa nuova iniziativa giudiziaria riporta nuovamente al centro del dibattito il delitto di Garlasco, avvenuto il 13 agosto 2007 nella villetta dei Poggi, in provincia di Pavia, uno dei casi di cronaca nera che più hanno diviso l’opinione pubblica negli ultimi vent’anni. L’omicidio di Chiara Poggi, giovane di 26 anni, ha infatti dato origine a una lunga e complessa vicenda processuale, caratterizzata da sentenze contrastanti e da un intenso scontro tra periti, consulenti tecnici e parti processuali. La querela contro la criminologa si inserisce dunque in una vicenda già segnata da molteplici procedimenti, approfondimenti mediatici e ricostruzioni giornalistiche, e mette nuovamente in discussione il rapporto tra sentenze definitive, libertà di espressione e tutela della reputazione dei protagonisti di casi giudiziari definiti ma ancora al centro dell’attenzione pubblica.

Alberto Stasi, protagonista delle precedenti fasi processuali

L’articolo contestato e il presunto movente indicato da Anna Vagli

All’origine della querela per diffamazione c’è un articolo redatto da Anna Vagli e pubblicato su una testata online nel maggio 2022. Il pezzo, a firma della criminologa, riportava un titolo particolarmente netto: “Perché Alberto Stasi è l’assassino di Chiara Poggi al di là di ogni ragionevole dubbio”. Già il richiamo, che richiama espressamente la formula tipica utilizzata nei processi penali, viene considerato dall’ex imputato come un’affermazione apodittica, idonea a rafforzare nell’opinione pubblica l’immagine di una colpevolezza non solo giudiziaria, ma anche morale. Nel contenuto dell’articolo, la criminologa avanzava l’ipotesi che il possibile movente del delitto potesse essere collegato alla presunta scoperta, da parte di Chiara Poggi, di materiale pedopornografico all’interno del computer del fidanzato. Secondo la ricostruzione proposta nel testo, tale scoperta avrebbe potuto determinare una reazione violenta e improvvisa da parte di Stasi, sfociata poi nell’omicidio. È proprio questa ricostruzione – ritenuta non soltanto lesiva dell’onore, ma anche non supportata da riscontri giudiziari – ad aver spinto la difesa di Alberto Stasi ad attivarsi in sede penale. L’ex studente, che sta scontando la condanna definitiva, sostiene che le affermazioni della criminologa travalichino i limiti del commento dei fatti processuali, andando a costruire una narrazione che attribuisce un movente preciso in assenza, a suo dire, di basi nelle risultanze delle sentenze.

A rappresentare Stasi in questa nuova causa è l’avvocata Giada Bocellari, che ha depositato la querela presso l’autorità giudiziaria competente, contestando la natura diffamatoria delle dichiarazioni e richiamando la necessità di attenersi a quanto effettivamente emerso nel corso dei vari gradi di giudizio sul caso di Garlasco. La difesa dell’ex imputato ritiene infatti che attribuire pubblicamente un movente così grave, come quello connesso a presunto materiale pedopornografico, comporti un ulteriore danno alla sua immagine, già profondamente segnata dalla condanna definitiva.

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