
«Questa non è l’ultima battaglia, Pahlavi sta tornando». È uno degli slogan che riecheggiano in queste ore nelle principali città dell’Iran, dove migliaia di persone sono tornate a riempire le strade per contestare il regime degli ayatollah, in una mobilitazione che non si registrava con questa intensità da tempo. Da Urmia a Kermanshah, fino alla capitale Teheran, le nuove manifestazioni richiamano alla memoria l’ondata di proteste esplosa dopo la morte di Mahsa Amini, la giovane arrestata per il presunto mancato rispetto dell’hijab, da cui nacque il movimento «Donna, vita, libertà».
Secondo quanto riportato da attivisti, testimoni e osservatori internazionali, le piazze iraniane sono tornate a essere teatro di manifestazioni di massa, con cortei, canti e scontri isolati con le forze dell’ordine. La protesta, partita da motivazioni principalmente economiche, si è rapidamente trasformata in una più ampia contestazione politica nei confronti della Guida suprema Ali Khamenei e dell’intero apparato di potere.
In diverse città, inclusa Teheran, sono stati filmati e diffusi online video di gruppi di manifestanti che innalzano foto dell’ex scià e del figlio Reza Pahlavi, in esilio da anni all’estero, indicandolo come possibile figura simbolica per una futura transizione verso la democrazia. Sui social media circolano anche immagini di posti di blocco, pattuglie delle forze di sicurezza e presidi armati davanti agli edifici pubblici.
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Incendio in un palazzo governativo nel centro di Teheran
Nella capitale, secondo quanto riferito da numerosi testimoni sui social network, è divampato un incendio in un palazzo governativo. Le immagini, rilanciate da vari canali online, mostrano fumo denso e fiamme che escono da un edificio istituzionale, mentre in strada si sentono slogan contro la leadership iraniana. Le stesse fonti riferiscono che migliaia di persone si sarebbero radunate nelle aree adiacenti, scandendo lo slogan “questa non è l’ultima battaglia, Pahlavi sta tornando“, con un chiaro riferimento al figlio dello scià, Reza Pahlavi, che negli ultimi giorni ha dichiarato di volersi mettere a disposizione del popolo iraniano per tornare in patria e sostenere il movimento di opposizione.
Al momento non vi sono conferme ufficiali sull’origine del rogo, né su eventuali vittime o feriti all’interno dello stabile governativo. Le autorità, secondo fonti locali, avrebbero isolato la zona, limitando l’accesso e disponendo un massiccio dispiegamento di forze di sicurezza per evitare ulteriori tensioni nelle aree circostanti. L’incendio ha alimentato ulteriormente il clima di forte tensione in città, già segnato da ore da scontri sporadici, cortei improvvisati e blocchi del traffico. Le immagini condivise online vengono analizzate dagli osservatori per cercare di ricostruire la dinamica dell’accaduto e capire se vi siano collegamenti diretti con le proteste in corso.
Blackout di Internet e maxi interruzioni nelle comunicazioni
L’ente indipendente di monitoraggio della rete Netblocks ha segnalato su X un esteso blackout di Internet a Teheran e in numerose altre città dell’Iran. Secondo l’organizzazione, il forte rallentamento e l’interruzione dei servizi digitali avrebbero interessato sia la rete mobile sia le connessioni fisse. «L’evento segue una serie di crescenti misure di censura digitale che prendono di mira le proteste in tutto il Paese», afferma il gruppo. Il ricorso alle limitazioni della rete è una pratica già adottata in altre fasi di tensione interna, con l’obiettivo di ridurre il flusso di notizie verso l’estero e ostacolare il coordinamento delle manifestazioni.
Le interruzioni della connettività hanno reso più difficile per attivisti, giornalisti e organizzazioni per i diritti umani verificare in tempo reale quanto sta accadendo nelle diverse province. Molti contenuti audiovisivi vengono caricati con ritardo o tramite canali alternativi, rendendo frammentaria la ricostruzione degli eventi.
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