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Luca Esposito, l’assassino ha confessato: “L’ho ucciso perché…”. Agghiacciante

L’inchiesta sull’uccisione di Luigi Esposito, giornalista di 53 anni noto come Luca, è arrivata a un passaggio decisivo. Per la morte dell’uomo è indagato Ridha Rahmouni, 26enne di origine tunisina, fermato con le accuse di omicidio aggravato e distruzione di cadavere. Il procedimento è coordinato dal sostituto procuratore Alessandro Di Vico.

Secondo quanto emerso nei primi contatti con gli investigatori, il giovane avrebbe fornito una spiegazione legata agli incontri intimi a pagamento che, nella sua versione, coinvolgevano lui e altri connazionali. Rahmouni avrebbe riferito di avere maturato un forte disagio per ragioni religiose, fino alla lite che sarebbe poi degenerata.

“L’ho ucciso perché…”

La frase riportata nel contesto della vicenda richiama il movente al vaglio degli inquirenti, che dovranno verificare in ogni dettaglio le dichiarazioni rese dall’indagato e la loro compatibilità con gli elementi raccolti. L’interrogatorio di garanzia davanti al giudice per le indagini preliminari Giandomenico D’Agostino rappresenta uno snodo centrale per chiarire la ricostruzione dei fatti e la posizione del 26enne.

Il ritrovamento del corpo e il ruolo dell’incendio

La vicenda si concentra nelle campagne dell’area di Eboli, dove Luigi Esposito e Ridha Rahmouni si sarebbero incontrati. Stando alla ricostruzione investigativa, la vittima avrebbe condotto il giovane in un casolare e in luoghi appartati per un appuntamento a sfondo sessuale. Proprio in quel contesto sarebbe scoppiato il confronto culminato nell’aggressione.

Rahmouni avrebbe sostenuto che Esposito avanzasse proposte simili anche ad altri giovani nordafricani in difficoltà economica. Si tratta di una circostanza che richiede ulteriori riscontri e sulla quale i carabinieri starebbero cercando eventuali persone informate dei fatti. Al momento, il movente resta uno dei punti più delicati dell’indagine.

La contestazione di distruzione di cadavere è collegata al successivo incendio che avrebbe coinvolto il corpo della vittima. Il cadavere di Esposito è stato infatti trovato semi-carbonizzato, elemento che ha reso necessari accertamenti tecnici per definire con precisione la dinamica e la sequenza degli eventi.

Gli investigatori stanno procedendo con cautela, separando le dichiarazioni dell’indagato dai dati oggettivi acquisiti nel corso delle indagini. Ogni elemento, dalle tracce rinvenute ai movimenti dei telefoni, viene esaminato per ricostruire le ore precedenti e successive all’omicidio di Luca Esposito.

Le prove raccolte: telefoni, telecamere e impronte

Il quadro indiziario delineato dagli inquirenti si basa su più riscontri. I dati delle celle telefoniche, secondo quanto riferito, indicherebbero la presenza dei cellulari di Esposito e Rahmouni nella stessa zona nelle ore considerate compatibili con il delitto.

I due dispositivi avrebbero inoltre seguito spostamenti sovrapponibili verso l’area in cui sono stati ritrovati l’auto del giornalista e il corpo. Le informazioni telefoniche, da sole, non definiscono l’intera dinamica, ma vengono considerate insieme agli altri elementi tecnici raccolti durante gli accertamenti.

Un ulteriore contributo sarebbe arrivato dalle immagini di videosorveglianza presenti nella zona. Una guardia giurata avrebbe anche segnalato di avere visto la Lancia Y di Esposito accostata a un uomo in bicicletta, una circostanza ora inserita nella sequenza al vaglio della procura.

Tra i reperti più rilevanti figurano le impronte digitali attribuite a Rahmouni sul portabagagli dell’auto della vittima. Per gli investigatori, il dato costituirebbe un riscontro materiale del contatto tra i due uomini e della presenza dell’indagato sul veicolo.

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