
Tre accessi alla questura di Campobasso nell’arco della stessa giornata, la consegna volontaria di una borsa, di un dispositivo elettronico e di due computer, oltre a dichiarazioni rese nel corso dei mesi sulla cena che precedette i malori. Sono questi alcuni degli elementi al vaglio nell’inchiesta sulla morte di due donne a Pietracatella, in provincia di Campobasso, decedute dopo un avvelenamento da ricina.
Al centro dell’attenzione investigativa vi è il contesto familiare nel quale si è sviluppata la vicenda. Gianni Di Vita, commercialista, marito di una delle vittime e padre delle due donne coinvolte, non risulta indagato. La Procura ha precisato che la sua posizione non ha subito modifiche e l’uomo continua a essere indicato dalla difesa come persona offesa. Gli accertamenti, tuttavia, proseguono su ogni circostanza ritenuta utile a ricostruire i fatti.
La giornata del 29 settembre viene considerata un passaggio rilevante dell’indagine. Dopo le perquisizioni effettuate dalla Squadra Mobile negli studi professionali di Pietracatella e Campobasso, Di Vita si è recato più volte negli uffici della polizia, mettendo a disposizione materiale che potrà essere sottoposto ad analisi. Gli investigatori dovranno ora acquisire, catalogare e verificare i dati presenti nei dispositivi consegnati.
Il fascicolo resta improntato al massimo riserbo. Secondo quanto emerso, gli inquirenti stanno confrontando gli elementi materiali con le dichiarazioni raccolte durante i precedenti colloqui e con la documentazione sanitaria e medico-legale. Resta da chiarire in quale momento sia avvenuta l’esposizione alla sostanza tossica e quali circostanze abbiano preceduto l’insorgere dei sintomi nelle vittime.
