
Firenze è stata al centro di una delicata operazione di antiterrorismo che ha portato al fermo di un ragazzo di 15 anni, nato in Tunisia, ritenuto coinvolto in un percorso di radicalizzazione jihadista. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il minore avrebbe avviato una fase operativa di preparazione di un’azione violenta sul territorio nazionale.
L’intervento è stato eseguito dalla polizia di Stato al termine di un’attività di monitoraggio e riscontri condotti dalla Digos, con l’obiettivo di prevenire un possibile attentato. La misura è stata disposta in ragione del rischio ritenuto concreto e della gravità degli indizi raccolti nel corso delle indagini.
Il giovane è stato quindi trasferito in un istituto penale per minorenni in regime di custodia cautelare, restando a disposizione dell’autorità giudiziaria. Gli atti, secondo quanto emerso, descrivono una pianificazione sviluppata soprattutto attraverso strumenti digitali e contatti su piattaforme online.

L’allarme e le prime evidenze investigative
Gli accertamenti della Digos di Firenze avrebbero messo in luce un quadro definito dagli inquirenti come molto preoccupante, con segnali di adesione a un’ideologia estremista e un progressivo passaggio dalla semplice propaganda alla ricerca di strumenti utili a colpire. Il quindicenne, secondo la ricostruzione, utilizzava canali digitali protetti e sistemi di messaggistica riservata per comunicare.
In tali conversazioni, riferiscono gli investigatori, il ragazzo avrebbe manifestato in più occasioni la disponibilità a “passare all’azione”, cercando indicazioni operative e tentando di reperire armi. Le chat, stando agli atti, avrebbero contenuto anche riferimenti a obiettivi e a luoghi ad alta frequentazione, ritenuti idonei a massimizzare l’impatto di un attacco.
Gli elementi raccolti indicherebbero inoltre l’esistenza di un referente all’estero che avrebbe fornito istruzioni, orientando il minore nella selezione del contesto e nella valutazione della fattibilità. In questi passaggi, le autorità descrivono una dinamica tipica dei percorsi di auto-radicalizzazione: l’esposizione a contenuti estremisti, il contatto con figure di “guida” e la progressiva concretizzazione del proposito.
Il coordinamento nazionale e il ruolo delle strutture di prevenzione
Il procedimento si è sviluppato in un contesto di cooperazione istituzionale che, secondo quanto riferito, ha coinvolto più livelli della sicurezza. In particolare, è stato richiamato il contributo del Comitato di analisi strategica antiterrorismo, struttura che opera per condividere valutazioni e raccordare i flussi informativi tra i diversi attori.
Il lavoro di analisi ha visto anche l’apporto delle agenzie di informazione e sicurezza e della Direzione centrale della polizia di prevenzione, impegnate nell’osservazione dei circuiti digitali e nella lettura delle dinamiche di propaganda online. L’obiettivo è stato quello di integrare i dati raccolti localmente con ulteriori riscontri e contestualizzazioni.
Secondo gli elementi ricostruiti, l’attività di prevenzione si è concentrata sulla tracciatura dei contatti, sulla valutazione dell’affidabilità delle identità digitali e sull’analisi dei contenuti condivisi. In scenari simili, infatti, la propaganda può essere diffusa attraverso reti di profili, canali e gruppi, con linguaggi e codici pensati per eludere controlli e segnalazioni.
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