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Allarme terrorismo in Italia, succede proprio adesso! Interviene la polizia

I precedenti e la misura in comunità

Un aspetto ritenuto particolarmente rilevante riguarda il fatto che il giovane tunisino, arrivato in Italia da circa tre anni, fosse già stato attenzionato per fatti analoghi. In base a quanto emerso, nel mese di ottobre precedente era stata applicata una misura restrittiva con collocamento in comunità educativa, in relazione a segnali di radicalizzazione.

La successiva decisione della magistratura minorile, datata 23 marzo, avrebbe previsto un percorso alternativo basato sulla messa alla prova, con revoca della misura precedente e un’impostazione orientata al recupero. In questo tipo di percorso, l’obiettivo è favorire un reinserimento controllato, con prescrizioni e attività mirate, valutando nel tempo l’adesione del minore alle regole e l’effettivo distacco da ambienti e contenuti pericolosi.

Secondo la ricostruzione investigativa, però, gli esiti non sarebbero stati quelli attesi. Gli inquirenti ritengono che il ragazzo abbia ripreso rapidamente contatti e comportamenti compatibili con una nuova fase di avvicinamento agli ambienti estremisti, eludendo i controlli e ricostruendo una propria rete di comunicazione.

Questa componente di recidiva, sempre secondo quanto emerso, ha inciso in modo significativo nelle valutazioni sull’adeguatezza delle misure: quando un soggetto torna quasi immediatamente su canali e contatti già considerati critici, aumenta il livello di rischio e si riduce lo spazio per strumenti non detentivi.

Nuovi contatti, dispositivi e piattaforme social

Gli investigatori riferiscono che, fin dal giorno successivo alla scarcerazione, il quindicenne si sarebbe dotato di un nuovo telefono e di una scheda sim intestata a terzi, così da rendere più complessa l’identificazione e il monitoraggio. Il passaggio a nuovi dispositivi è uno degli elementi che, negli atti, viene interpretato come tentativo di aggirare i controlli.

Attraverso il nuovo smartphone, il minore avrebbe ripreso contatti con ambienti riconducibili allo Stato Islamico, utilizzando piattaforme molto diffuse come Telegram e TikTok. Secondo quanto emerso, questi canali sarebbero stati usati sia per fruire di materiale di propaganda, sia per interagire con profili considerati collegati alla galassia del Daesh.

Le indagini avrebbero documentato una fruizione costante di contenuti a carattere violento e celebrativo, con condivisioni e conversazioni che, nella lettura degli investigatori, indicano un consolidamento della radicalizzazione. In casi simili, l’esposizione ripetuta a propaganda può contribuire a normalizzare la violenza e a costruire un senso di appartenenza, soprattutto in soggetti molto giovani.

La perquisizione d’urgenza e i riscontri sullo smartphone

La ripresa immediata dei contatti e l’attivazione della nuova rete digitale hanno portato all’esecuzione di una perquisizione d’urgenza nell’abitazione del ragazzo. Il sequestro del nuovo smartphone è stato indicato come un passaggio decisivo, perché avrebbe permesso di acquisire riscontri diretti sui contenuti consultati e sulle conversazioni intrattenute.

Nel dispositivo, secondo quanto riportato, sarebbero state trovate fotografie di noti terroristi, materiali descritti come manuali di istruzione e conversazioni esplicite legate alla ricerca di armi da fuoco. Gli elementi digitali sequestrati avrebbero quindi rafforzato l’ipotesi investigativa sulla fase di pianificazione.

Alla luce di tali riscontri, la procuratrice per i minorenni Roberta Pieri avrebbe richiesto l’applicazione della custodia cautelare. La richiesta è stata accolta dal giudice per le indagini preliminari, che ha valutato gli indizi e il rischio di reiterazione del reato.

Secondo le motivazioni riportate, il Gip avrebbe sottolineato la pericolosità sociale del minore e la possibilità che potesse commettere atti di grave violenza, evidenziando l’assenza di un cambiamento effettivo nelle convinzioni ideologiche e la scarsa efficacia dei precedenti tentativi di recupero.

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