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“Dimissioni pronte!”. Giorgia Meloni, la rivelazione bomba

Le critiche a Istat e il confronto sulle previsioni

Nella ricostruzione del Corriere della Sera, Meloni ritiene che i dati emersi confermino dubbi già espressi sulle previsioni economiche. L’accusa politica rivolta all’istituto è di avere sbagliato le stime in quattro anni. Si tratta di una posizione attribuita alla premier nel pieno di una fase delicata per i conti pubblici, mentre non risultano cambiamenti nel ruolo istituzionale di Istat nella certificazione delle statistiche nazionali.

La tensione coinvolge anche il rapporto tra governo e apparati tecnici. La definizione delle politiche di bilancio dipende dalle previsioni su crescita, entrate, spesa e indebitamento; per questa ragione, differenze tra attese iniziali e dati successivamente aggiornati producono conseguenze concrete sulle scelte dell’esecutivo. Il caso attuale mostra quanto possa essere rilevante anche una variazione apparentemente contenuta in termini percentuali.

Nel dibattito è stato richiamato anche Enrico Giovannini, già presidente dell’Istat. Tra i collaboratori più vicini alla presidente del Consiglio, secondo quanto riferito, viene ricordato come una figura seria. Il riferimento è stato utilizzato per avanzare una valutazione politica sul presunto diverso atteggiamento che sarebbe stato riservato a un governo di centrosinistra, senza che questo elemento cambi la natura tecnica dei dati contestati.

Intanto, dal governo emerge preoccupazione per il negoziato con la Commissione europea. Un ministro, nella ricostruzione riportata, definisce la trattativa «per niente facile». L’espressione riassume la necessità di presentare a Bruxelles un percorso credibile sui saldi, in una fase in cui il margine per nuove misure appare più ristretto rispetto alle previsioni iniziali.

Il peso del Superbonus secondo il Ministero dell’Economia

Sulle dimensioni della misura edilizia è intervenuto anche il viceministro dell’Economia Maurizio Leo, esponente di Fratelli d’Italia. Secondo quanto riportato, il Superbonus avrebbe raggiunto una dimensione di circa 40 miliardi di euro nel solo anno in corso. A questa cifra si aggiungerebbero altri 20 miliardi collegati al credito d’imposta, confermando l’impatto molto ampio del provvedimento sulle finanze pubbliche.

Il Superbonus è stato introdotto per sostenere interventi di riqualificazione degli immobili e di efficientamento energetico, consentendo in varie forme la trasformazione delle agevolazioni in crediti fiscali. Proprio il meccanismo dei crediti, la loro circolazione e la contabilizzazione degli oneri hanno generato nel tempo un confronto acceso. Il governo attuale ha più volte collegato le difficoltà dei conti al costo complessivo delle misure edilizie adottate negli anni precedenti.

Nel caso in esame, il tema è centrale perché l’aggiornamento delle stime sul Superbonus incide sul deficit più di ogni altra voce indicata. Il governo ritiene di avere realizzato risparmi e correttivi per contenere la spesa, ma l’emersione di nuovi costi modifica il risultato finale. La discussione, quindi, si concentra sia sulla quantità delle risorse sia sul momento in cui tali oneri vengono registrati nei conti nazionali.

Da via XX Settembre viene inoltre segnalato un raffronto con altri Paesi. Secondo le indicazioni riportate, il deficit italiano previsto per il 2026 e il 2027 sarebbe pari alla metà di quello degli Stati Uniti. Per il 2025, il dato dell’Italia dovrebbe inoltre restare inferiore a quello della Germania, stimato al 3,7%, e della Francia, indicato al 5,4%. Il confronto internazionale viene utilizzato dal governo per collocare il dato italiano in un quadro più ampio.

Legge di Bilancio, Stabilicum e scenari politici

La revisione dei conti arriva alla vigilia di una fase decisiva per la maggioranza: la preparazione dell’ultima Legge di Bilancio prima delle urne. Una manovra finanziaria richiede la definizione delle coperture per ciascuna misura e il rispetto degli obiettivi di indebitamento. Con un deficit confermato al 3,1%, l’esecutivo dovrà valutare con particolare attenzione le risorse disponibili e le priorità da finanziare.

Secondo l’analisi riportata dal Foglio, la differenza di 11 miliardi ha ridotto in modo significativo il margine di manovra. Il ragionamento è lineare: con un deficit al 2,6%, il governo avrebbe potuto presentarsi al confronto europeo da una posizione diversa; con il valore al 3,1%, l’uscita dalla procedura viene rinviata. Resta ora da capire in che modo l’esecutivo intenderà aggiornare le proprie scelte di politica economica.

Il quadro economico si intreccia con quello istituzionale. Meloni ha chiesto che l’esame dello Stabilicum alla Camera si chiuda entro il 5 ottobre e ha posto la questione di fiducia sul provvedimento. Il passaggio parlamentare viene considerato importante per la maggioranza, perché riguarda le regole con cui si potrebbero svolgere le prossime elezioni politiche.

Secondo la ricostruzione riportata, la presidente del Consiglio avrebbe lasciato intendere la possibilità di dimissioni in caso di bocciatura della riforma elettorale. Al momento si tratta di un’ipotesi collegata al percorso dello Stabilicum e alle dinamiche parlamentari, non di una decisione formalizzata. Tuttavia, il solo riferimento a questa eventualità evidenzia il peso attribuito dalla premier all’esito del voto.

Le risorse limitate potrebbero rendere più difficile impostare una manovra con misure di forte impatto elettorale. Da qui deriva l’ipotesi, emersa nelle ricostruzioni politiche, che un eventuale ritorno anticipato alle urne possa entrare nella valutazione della maggioranza. Non vi sono però annunci ufficiali su elezioni anticipate: restano aperti sia il confronto sui conti sia il percorso parlamentare della legge elettorale.

Il deficit al 3,1% si conferma dunque un dato che va oltre l’aggiornamento statistico. Le conseguenze investono il rapporto tra governo e Istat, la trattativa con Bruxelles, il peso del Superbonus e la costruzione della prossima manovra. Nei prossimi mesi, gli accertamenti sui conti e le decisioni parlamentari chiariranno se la tensione attuale resterà confinata allo scontro sui numeri o produrrà effetti più ampi sulla tenuta della strategia dell’esecutivo.

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