
Ci sono tragedie che esplodono in un lampo e, proprio per questo, rischiano di essere raccontate con parole troppo rapide, quasi automatiche. Una donna, madre di tre figli, si toglie la vita lanciandosi dal balcone: un gesto estremo che spezza la quotidianità e riporta al centro una domanda scomoda, ma inevitabile, su ciò che può precedere un evento del genere.
Nel racconto pubblico di fatti simili, la ricerca di una spiegazione immediata porta spesso a formule brevi e rassicuranti: espressioni che danno l’illusione di chiudere la vicenda in un’unica definizione. È contro questa tendenza che interviene con fermezza lo psichiatra Paolo Crepet, mettendo in discussione l’uso disinvolto di categorie considerate, a suo giudizio, fuorvianti.


Il punto centrale della sua posizione è il rifiuto della narrazione che riconduce tutto a un episodio improvviso e imprevedibile. Secondo Crepet, leggere questi gesti come un fatto isolato significa ridurre un percorso complesso a un istante, finendo per oscurare i segnali, il contesto e la storia personale che spesso precedono l’esito più drammatico.
Da qui il suo richiamo a un lessico più accurato e a un approccio meno semplificato: non per alimentare interpretazioni, ma per ricordare che dietro un gesto irreparabile può esserci una sofferenza stratificata, sviluppata nel tempo e non sempre riconosciuta da chi è vicino. (Scopriamo tutti i dettagli nella pagina successiva…)