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Donna si lancia dal balcone con i figli, Paolo Crepet durissimo: “Non dite fesserie”

La critica al “raptus” e alle spiegazioni immediate

Le parole dello psichiatra sono nette e non lasciano spazio a equivoci. In riferimento a chi liquida vicende simili come frutto di un impulso improvviso, Crepet taglia corto: “non dite fesserie”. La citazione, riportata in modo diretto, sintetizza la sua contrarietà a un modello narrativo che finisce per banalizzare la complessità del dolore.

Per Crepet, l’etichetta del raptus diventa una scorciatoia linguistica che rischia di sostituire l’analisi con una formula. Definire così un gesto di tale portata, nella sua prospettiva, significa ignorare ciò che viene prima: un possibile percorso fatto di segnali, fatiche quotidiane, isolamento e difficoltà emotive che possono rimanere invisibili, non perché assenti, ma perché non colte.

Il tema non riguarda soltanto la scelta delle parole, ma anche l’effetto che quelle parole producono. Una spiegazione rapida può attenuare l’impatto collettivo della tragedia e offrire una risposta pronta, ma al tempo stesso allontana l’attenzione dal problema principale: comprendere, per quanto possibile, la dinamica della sofferenza e il contesto relazionale in cui può maturare.

In questa chiave, Crepet invita a non accontentarsi della prima interpretazione disponibile. Non si tratta di cercare colpe o di costruire ricostruzioni arbitrarie, ma di evitare una narrazione che, semplificando, finisce per rendere più difficile riconoscere situazioni di disagio quando si presentano nella vita reale.

Il peso della solitudine come elemento centrale

Nell’analisi dello psichiatra, il nodo decisivo è la solitudine. Non una condizione episodica o un momento isolato, ma una dimensione che può diventare strutturale e crescere in silenzio, fino a trasformarsi in un fattore determinante. È su questo punto che Crepet insiste: la sofferenza può accumularsi nel tempo senza trovare canali di ascolto adeguati.

In questo quadro, la parola disagio non viene intesa come una categoria generica, ma come una condizione che richiede attenzione e lettura del contesto. Crepet sottolinea come, in casi simili, il problema non sia l’improvvisa rottura, bensì l’assenza di una rete di relazioni in grado di intercettare segnali di fatica prima che diventino ingestibili.

Il tema delle relazioni emerge anche nella critica alle formule utilizzate dopo la tragedia. Definire la donna una “brava donna” o richiamarne la religiosità, osserva lo psichiatra, non aiuta a comprendere: sono espressioni che spesso servono a ricondurre la vicenda a un’immagine rassicurante, ma non spiegano cosa possa aver portato a una scelta estrema.

Secondo questa impostazione, il punto non è costruire un profilo ideale o moralmente connotato della vittima, ma riconoscere la fragilità come parte della realtà quotidiana. Il rischio, altrimenti, è che la tragedia resti confinata nel registro dell’eccezione, mentre alcune condizioni – come l’isolamento e la mancanza di supporto – possono essere presenti in molte vite, anche quando non si manifestano in modo evidente.

Parole, contesto e responsabilità del racconto pubblico

L’intervento di Crepet si inserisce anche in una riflessione più ampia sul modo in cui la cronaca affronta episodi di suicidio. La richiesta, implicita ma chiara, è quella di un racconto più lineare e responsabile, che non trasformi l’evento in una definizione rapida e autosufficiente, e che non riduca la complessità psicologica a un’etichetta.

In termini generali, il linguaggio utilizzato nei primi momenti dopo una tragedia può incidere sulla percezione collettiva e sulla capacità di riconoscere situazioni simili. Se un gesto estremo viene presentato come qualcosa di completamente imprevedibile, si rischia di trasmettere l’idea che non esistano segnali o che non sia possibile intervenire in alcun modo sul piano della prevenzione e dell’ascolto.

Proprio per questo, la posizione dello psichiatra richiama l’attenzione su un elemento spesso trascurato: il tempo. Il tempo che precede l’evento, fatto di passaggi, cambiamenti e possibili indicatori di sofferenza. E il tempo che segue, quando le parole vengono scelte per spiegare e, talvolta, per difendersi emotivamente dall’impatto di ciò che è accaduto.

Nel contesto più ampio, l’invito è a non confondere la necessità di una narrazione comprensibile con la tentazione della semplificazione. La tragedia resta un fatto oggettivo e definitivo; ciò che può cambiare, invece, è la qualità del discorso pubblico: più attento, meno automatico, capace di restituire complessità senza scivolare nell’enfasi o in interpretazioni arbitrarie.

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