
“Una madre farebbe di tutto per far emergere la verità su suo figlio“. Dopo anni di riservatezza, Elisabetta Ligabò Stasi interviene pubblicamente sul caso di Garlasco e sulla vicenda giudiziaria che riguarda Alberto Stasi, condannato per l’omicidio di Chiara Poggi. Le sue parole arrivano in un’intervista rilasciata a Repubblica, firmata da Massimo Pisa, e riportano al centro l’attesa della famiglia e l’attenzione sugli sviluppi investigativi più recenti.
Ligabò Stasi ripercorre quasi due decenni segnati da processi, ricorsi e un dibattito pubblico costante. La madre di Alberto descrive un’esistenza vissuta lontano dal clamore mediatico, con l’obiettivo dichiarato di proteggere la famiglia e di sostenere il figlio. In questo quadro, sottolinea il peso che la vicenda ha avuto dal 2007 in avanti, anno dell’uccisione di Chiara e dell’avvio delle indagini che hanno portato alla condanna.
Nell’intervista, la donna spiega di aver affrontato l’ultimo anno con un sentimento duplice: la preoccupazione per l’evoluzione del caso e, allo stesso tempo, una rinnovata fiducia nel lavoro degli inquirenti. Il riferimento è ai nuovi elementi che riguardano Andrea Sempio, oggi indicato come figura centrale nell’attuale filone di accertamenti. Per Ligabò Stasi, questi sviluppi rafforzano la speranza di arrivare a un chiarimento differente rispetto a quanto stabilito finora in sede processuale.
Ribadendo una posizione già espressa in passato, la madre afferma di non aver mai creduto alla responsabilità del figlio. Aggiunge inoltre che, qualora lei o il marito Nicola avessero avuto anche un minimo sospetto su Alberto, lo avrebbero accompagnato personalmente dai carabinieri. La dichiarazione viene inserita come chiarimento sulla linea della famiglia: collaborazione con le istituzioni e, parallelamente, convinzione dell’estraneità del figlio ai fatti contestati.

Il sostegno ricevuto dopo tanti anni
Un passaggio rilevante dell’intervista riguarda il modo in cui, secondo Ligabò Stasi, sarebbe cambiata negli anni la percezione pubblica del caso. La donna racconta di ricevere segnali di vicinanza nella vita quotidiana, anche da persone che non conosce: c’è chi la ferma per strada, chi le chiede un abbraccio, chi le dice di continuare a resistere. Un sostegno che, riferisce, si manifesta anche attraverso lettere, messaggi e pacchi recapitati a casa.
Ligabò Stasi precisa di non utilizzare i social network e di seguire poco la televisione, mantenendo quindi una distanza dalle discussioni online e dai dibattiti mediatici che spesso accompagnano i casi di cronaca giudiziaria. Il suo racconto si concentra soprattutto su una dimensione privata: la gestione del quotidiano e la necessità di mantenere un equilibrio familiare in un contesto di pressione costante.
Tra gli aspetti più dolorosi, la donna ricorda la morte del marito Nicola, avvenuta il giorno di Natale del 2013, in una fase particolarmente complessa del procedimento, dopo la cancellazione dell’assoluzione di Alberto. Ligabò Stasi descrive quel periodo come un passaggio difficile, durante il quale si è trovata a sostenere la casa, l’attività e, contemporaneamente, il figlio nel percorso giudiziario e personale.
Nel racconto emerge anche il rapporto madre-figlio, che la donna definisce rimasto saldo. Spiega che, pur in un contesto segnato da sentenze e udienze, il legame familiare non sarebbe cambiato, e che entrambi avrebbero cercato di darsi forza nel tempo. In questa prospettiva, l’attenzione si sposta sul presente di Alberto Stasi, indicato come oggi in semilibertà, in attesa di una vita più stabile fuori dal carcere.
Il ricordo di Chiara Poggi
Un altro punto centrale dell’intervista riguarda Chiara Poggi. Ligabò Stasi la ricorda come una ragazza sorridente e la colloca in una dimensione personale, dicendo che continua a pensarla e a pregare per lei. Rievoca inoltre l’ultima volta in cui la vide, nel luglio 2007, quando Chiara passò da casa per prendere alcuni vestiti da portare ad Alberto, già partito per Londra.
Il ricordo è affidato a dettagli concreti: la descrizione dell’abbigliamento e l’immagine di una giovane che si stava preparando a raggiungere il fidanzato. In questo passaggio, la madre di Stasi non entra in valutazioni sulle dinamiche del delitto, ma si limita a restituire un frammento di quotidianità precedente ai fatti e alla successiva vicenda giudiziaria.
Alla domanda su eventuali messaggi da rivolgere ai familiari di Chiara, Ligabò Stasi spiega di preferire il silenzio. Anche quando viene citata la famiglia Sempio, la reazione, per come riportato, resta trattenuta. Più netta è invece la frase relativa a chiunque sia l’autore dell’omicidio: Elisabetta Ligabò dice di augurarsi che abbia vissuto male questi diciannove anni, se possiede una coscienza. Una frase che la donna stessa definisce distante dal suo carattere, precisando di non essere abituata ad augurare il male a nessuno.
Nel contesto del racconto, le parole su Chiara Poggi si inseriscono in un quadro in cui restano separate la memoria personale e l’evoluzione giudiziaria. L’intervista non modifica i termini della sentenza, ma dà conto delle posizioni della famiglia Stasi e dell’attenzione verso le verifiche in corso.
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