Gli oceani trattengono il calore in eccesso
Un elemento decisivo del quadro climatico riguarda gli oceani. Secondo Copernicus, i mari assorbono circa il 90% del calore in eccesso accumulato dal sistema climatico. Questa funzione ha limitato una parte del riscaldamento immediato dell’atmosfera, ma comporta anche un effetto di lunga durata: l’energia immagazzinata nell’acqua viene rilasciata lentamente e rende il cambiamento più difficile da invertire in tempi brevi.
Il riscaldamento oceanico non è limitato allo strato superficiale. Il calore può raggiungere profondità importanti e contribuire a mantenere elevate le temperature dell’aria, incluse quelle notturne. Mari più caldi favoriscono inoltre una maggiore evaporazione, fornendo energia e umidità a eventi meteorologici intensi. Non significa che ogni singolo episodio estremo abbia una sola causa, ma il contesto termico più elevato può aumentarne probabilità e intensità.
Le conseguenze riguardano anche gli ecosistemi marini, le coste e le attività economiche legate al mare. Ondate di calore marine possono mettere in difficoltà specie adattate a intervalli di temperatura ristretti, mentre l’espansione termica dell’acqua contribuisce all’innalzamento del livello del mare. Il monitoraggio degli oceani è quindi essenziale quanto quello delle temperature sulla terraferma.

Gas serra e albedo: perché il pianeta continua a scaldarsi
Alla base della tendenza restano le emissioni di gas serra, che continuano ad aumentare. Il rapporto “State of the Climate 2025”, firmato da 625 scienziati di 60 Paesi, segnala un nuovo massimo delle concentrazioni in atmosfera. Nel 2025 la CO2 ha raggiunto 435 parti per milione, contro le 278 registrate all’inizio dell’era industriale: un incremento superiore al 50%.
L’anidride carbonica, insieme ad altri gas serra, riduce la quantità di calore che la Terra riesce a disperdere nello spazio. L’energia proveniente dal Sole viene in parte riflessa e in parte assorbita dal pianeta; quando cambia questo equilibrio, aumenta la quantità di calore trattenuta nel sistema climatico. È un processo misurabile, non una semplice percezione legata alle estati più afose.
Anche l’albedo terrestre, cioè la capacità della Terra di riflettere la radiazione solare, è un fattore centrale. I dati del programma Ceres della Nasa indicano una riduzione della quota di energia riflessa. Meno superfici chiare, come neve e ghiaccio, e variazioni nella copertura nuvolosa possono contribuire a questo squilibrio, facendo assorbire al pianeta una quantità maggiore di energia.
Il possibile primato del 2026 rappresenta dunque l’ultimo segnale di una tendenza già evidente nei dati climatici. Il caldo europeo delle ultime settimane, la crescita delle temperature oceaniche, l’aumento della CO2 e l’eventuale rafforzamento di El Niño descrivono aspetti diversi della stessa situazione. I record annuali possono cambiare, ma la direzione del riscaldamento globale resta al centro degli accertamenti scientifici e delle politiche climatiche internazionali.