L'”orologio geologico” dell’Etna
Uno degli aspetti più innovativi della ricerca riguarda la possibilità di ricostruire l’attività della faglia negli ultimi millenni grazie a un vero e proprio orologio geologico naturale.
Attraverso carotaggi dei sedimenti marini, gli studiosi hanno individuato uno strato di lapilli riconducibile alla gigantesca eruzione dell’Ellittico dell’Etna, avvenuta circa 16.700 anni fa. Analizzando come questo livello vulcanico sia stato deformato dai movimenti della faglia, è stato possibile misurare spostamenti verticali compresi tra 3 e 6 metri, confermando che la struttura è rimasta attiva fino a tempi geologicamente molto recenti.
Il rischio sismico per la Sicilia orientale
Sulla base delle dimensioni della faglia e delle deformazioni osservate, gli autori dello studio ritengono che alcuni segmenti della Nord Alfeo possiedano l’energia necessaria per produrre terremoti di magnitudo compresa tra 6 e 6,3.
Gli scienziati sottolineano che la Sicilia orientale rappresenta già una delle aree a maggiore rischio sismico del Mediterraneo, teatro in passato di eventi devastanti come il terremoto della Val di Noto del 1693 e quello di Messina del 1908. La nuova mappatura consentirà di migliorare la conoscenza delle strutture tettoniche sommerse e di affinare le future valutazioni del rischio.
Una scoperta importante per comprendere anche l’origine dell’Etna
Secondo i ricercatori, la Faglia Nord Alfeo non è un elemento isolato, ma rappresenta la manifestazione superficiale di un più ampio processo geodinamico legato alla subduzione della placca Ionica sotto l’arco calabro.
Lo studio inserisce inoltre questa struttura nella categoria delle cosiddette STEP fault, grandi faglie presenti ai margini delle zone di subduzione. Sistemi simili sono stati associati anche a terremoti molto violenti verificatisi in altre aree del pianeta, come quelli registrati recentemente in Venezuela.
Per gli studiosi, comprendere il funzionamento di questa faglia significa non solo migliorare la valutazione del rischio sismico della Sicilia orientale, ma anche fare nuova luce sui meccanismi geologici che hanno contribuito alla formazione e all’evoluzione dell’Etna.
