La Nato tra deterrenza e nuova instabilità
La riunione di Copenaghen ha riunito i vertici militari dei Paesi membri in una fase segnata da un aumento delle tensioni sul fianco orientale dell’Europa. La guerra in Ucraina continua a condizionare le valutazioni strategiche dell’Alleanza e ha riportato al centro il tema della difesa collettiva Nato, che per anni era rimasto sullo sfondo nel dibattito politico europeo.
Cavo Dragone ha precisato che non si è verificato un attacco contro uno Stato membro tale da attivare l’Articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico. Tuttavia, ha spiegato che il contesto non può essere descritto come una fase ordinaria di pace, perché gli episodi registrati negli ultimi mesi indicano un livello di confronto più ampio e articolato.
Le violazioni aeree, le incursioni di velivoli senza pilota e le iniziative ibride non hanno necessariamente lo stesso significato di un’aggressione armata. Possono però generare allarme, costringere gli Stati a mobilitare risorse e mettere alla prova la capacità di coordinamento tra governi, forze armate e strutture civili.
La risposta della Nato, ha osservato l’ammiraglio, deve perciò restare misurata ma riconoscibile. L’obiettivo è evitare un’escalation, senza lasciare dubbi sulla disponibilità dell’Alleanza a proteggere i suoi membri. In questo quadro resta centrale il principio secondo cui ogni centimetro del territorio Nato deve essere difeso.
«Mosca prova a saggiare la determinazione degli alleati»
Il punto più delicato riguarda l’attribuzione degli episodi e la lettura delle intenzioni. Una minaccia tradizionale, come un attacco militare dichiarato, consente di individuare più facilmente responsabilità e conseguenze. Le operazioni ibride, invece, sono spesso costruite per mantenere margini di ambiguità e rendere più complessa una reazione immediata.
Secondo Cavo Dragone, la Russia testerebbe la fermezza degli alleati attraverso azioni calibrate: abbastanza visibili da produrre instabilità e preoccupazione, ma senza superare apertamente la soglia che condurrebbe a un confronto militare diretto. È uno scenario nel quale conta tanto la capacità di prevenzione quanto quella di risposta.
Gli strumenti di questa pressione possono assumere forme molto diverse. Rientrano in questa categoria i cyberattacchi contro reti pubbliche o private, le interferenze nei sistemi digitali, le campagne di disinformazione, i danneggiamenti alle infrastrutture critiche e le attività condotte tramite soggetti difficili da identificare con certezza.
Per l’Alleanza non basta quindi disporre di uomini, navi, aerei e sistemi missilistici. Occorre raccogliere informazioni affidabili, verificare gli elementi disponibili e condividere rapidamente gli accertamenti tra i Paesi membri. Una valutazione ritardata può rendere meno efficace la risposta, mentre una valutazione errata rischia di aggravare ulteriormente la situazione.
Il presidente del Comitato militare ha richiamato anche il valore della presenza visibile della Nato nell’Europa orientale. Le attività di sorveglianza, le esercitazioni congiunte e il rafforzamento delle strutture di comando hanno una funzione preventiva: rendere chiaro che eventuali azioni contro uno Stato alleato avrebbero conseguenze condivise.
Scopriamo tutti i dettagli nella pagina successiva