Propaganda e interferenze: la minaccia indicata da Cavo Dragone
Alla domanda sulla minaccia più pericolosa, Cavo Dragone non ha indicato in primo luogo missili, carri armati o droni. Ha posto l’attenzione sulla propaganda russa e sulla possibilità che campagne coordinate intervengano nel dibattito pubblico dei Paesi occidentali, amplificando tensioni già presenti nelle società.
Il tema non riguarda soltanto la circolazione di notizie false. Le operazioni di influenza possono puntare a confondere l’opinione pubblica, indebolire la fiducia nelle istituzioni, alimentare contrapposizioni interne e rendere più difficile distinguere tra informazioni verificate e contenuti manipolati. In un contesto di crisi, questi effetti possono incidere anche sulla capacità di uno Stato di prendere decisioni condivise.
Secondo l’ammiraglio, l’obiettivo sarebbe quello di logorare la coesione tra gli alleati. La Nato considera l’unità politica uno dei suoi principali strumenti di deterrenza: se i Paesi membri appaiono divisi, incerti o incapaci di coordinarsi, l’efficacia della risposta collettiva può risultare ridotta anche prima di qualsiasi confronto sul piano militare.
Sul conflitto in Ucraina, Cavo Dragone ha ribadito la linea dell’Alleanza: la Russia viene indicata come aggressore, mentre l’Ucraina è il Paese aggredito che continua a ricevere sostegno da numerosi membri Nato. L’Alleanza non è parte diretta del conflitto, ma il suo sostegno politico, economico e militare a Kiev resta un elemento centrale del confronto con Mosca.
La difesa dalle campagne di influenza richiede quindi un lavoro che coinvolge istituzioni, mezzi di informazione, imprese tecnologiche e cittadini. La libertà di espressione resta un valore essenziale delle democrazie occidentali, ma la diffusione deliberata di contenuti ingannevoli può trasformarsi in una vulnerabilità quando punta a condizionare processi elettorali o decisioni strategiche.

Articolo 5 Nato: cosa prevede e perché non è automatico
Uno dei chiarimenti più importanti forniti nell’intervista riguarda l’Articolo 5 della Nato. Nel dibattito pubblico viene spesso presentato come un automatismo che farebbe entrare tutti gli alleati in guerra dopo qualunque incidente. La procedura, però, è più complessa e dipende dalla natura, dalla portata e dalle prove disponibili su un eventuale attacco.
Il trattato stabilisce che un’aggressione armata contro uno o più membri sia considerata un attacco contro tutti. Ogni Paese alleato è chiamato ad assistere quello colpito, adottando le misure ritenute necessarie, incluso l’uso della forza armata. Non esiste tuttavia una risposta identica e prestabilita per ogni scenario: le decisioni vengono assunte collegialmente.
Prima di arrivare a questo livello, uno Stato può ricorrere all’Articolo 4, chiedendo consultazioni con gli altri alleati quando ritiene minacciata la propria sicurezza, la propria integrità territoriale o la propria indipendenza politica. È uno strumento pensato per affrontare le crisi nella loro fase iniziale e condividere una valutazione comune dei rischi.
Cavo Dragone ha ricordato inoltre l’importanza dell’Articolo 3, che richiama la responsabilità dei singoli Paesi nel mantenere e sviluppare la propria capacità di resistenza. La resilienza nazionale riguarda non solo le forze armate, ma anche energia, trasporti, comunicazioni, sanità, amministrazioni pubbliche e continuità dei servizi essenziali.
Finlandia e Svezia sono state citate come esempi di una preparazione che coinvolge l’intera società. In questi modelli, la gestione delle emergenze non è affidata esclusivamente alle strutture militari: cittadini, enti locali, aziende e istituzioni civili sono chiamati a contribuire alla tenuta del Paese davanti a una crisi grave e prolungata.
«Se scattasse la difesa collettiva siamo pronti»
Sulla possibilità di un attacco diretto contro un Paese dell’Alleanza, Cavo Dragone ha affermato che «l’Alleanza dispone già di piani e opzioni militari predisposte». La questione decisiva non sarebbe soltanto la dichiarazione formale dell’Articolo 5, ma la capacità di reagire con tempi adeguati e sulla base di elementi accertati.
La Nato dispone di piani regionali destinati a coprire diversi livelli di crisi, con una particolare attenzione al fianco orientale. Questi strumenti definiscono le opzioni disponibili, le catene di comando e le modalità con cui uomini e mezzi possono essere spostati e impiegati in caso di necessità.
Secondo quanto emerso dal vertice di Copenaghen, procedure, sistemi e forze sono stati preparati per ridurre i tempi tra il riconoscimento di una minaccia e l’avvio di una risposta. Resta però essenziale mantenere operative le infrastrutture civili e militari, perché la capacità di muoversi rapidamente è parte integrante della difesa.
La deterrenza si fonda proprio su questo principio. Dimostrare di disporre di piani credibili, forze addestrate e collegamenti funzionanti serve a ridurre la possibilità che un avversario scelga di mettere alla prova la Nato. Il fine dichiarato non è cercare il confronto, ma renderlo meno probabile.
Medio Oriente, Mar Rosso e operazione Aspides
L’intervista ha affrontato anche la situazione in Medio Oriente e nel Mar Rosso, dove gli attacchi degli Houthi contro la navigazione commerciale hanno aumentato i rischi per una delle principali rotte tra Asia, Europa e Mediterraneo. Le conseguenze coinvolgono il traffico marittimo, le forniture energetiche e i tempi di consegna delle merci.
Cavo Dragone ha precisato che la Nato non è parte del conflitto nell’area. L’operazione Aspides, avviata per contribuire alla sicurezza della navigazione nel Mar Rosso, resta un’iniziativa dell’Unione europea. Sono pertanto gli Stati membri dell’Ue a decidere eventuali modifiche, rafforzamenti o nuovi contributi.
L’Alleanza può comunque svolgere un ruolo di coordinamento. Il comando strategico Nato SHAPE ha già riunito alcuni Paesi interessati a facilitare possibili apporti nazionali per la protezione della libertà di navigazione, anche in aree considerate strategiche come lo Stretto di Hormuz.
Non si tratta dell’apertura di una nuova missione Nato, ma di un’attività di raccordo tra alleati. Il nodo resta economico e strategico: una crisi prolungata lungo le grandi rotte marittime può incidere direttamente sulla sicurezza dei Paesi europei, anche se questi non partecipano in modo diretto ai combattimenti.
Mobilità militare, il nodo dello «Schengen militare»
Tra le vulnerabilità evidenziate da Cavo Dragone c’è la capacità di trasferire rapidamente truppe, blindati, munizioni e materiali attraverso i confini interni europei. In caso di crisi, ritardi nelle autorizzazioni o ostacoli logistici possono rallentare l’arrivo dei rinforzi nelle aree più esposte.
Il cosiddetto Schengen militare indica proprio l’esigenza di rendere più rapidi e coordinati questi movimenti. Procedure amministrative diverse, regole nazionali non uniformi e controlli complessi possono rappresentare un problema operativo, soprattutto quando il fattore tempo diventa decisivo.
La soluzione non dipende però soltanto da norme e permessi. Ponti che non reggono il peso dei mezzi pesanti, gallerie troppo strette, linee ferroviarie non compatibili o porti privi delle capacità necessarie sono limiti materiali che richiedono investimenti di lungo periodo.
Per il presidente del Comitato militare, logistica e infrastrutture devono essere considerate componenti della deterrenza al pari di aerei, navi e sistemi di difesa aerea. La possibilità di spostare forze in modo efficiente consente infatti alla Nato di trasformare i propri piani in capacità concrete sul terreno.
Industria della difesa: «Non abbiamo bisogno di brochure»
Un altro passaggio centrale riguarda la produzione militare. Dopo l’aumento delle spese per la difesa annunciato da molti alleati, la questione non riguarda più soltanto le risorse stanziate. Per Cavo Dragone conta soprattutto la velocità con cui i finanziamenti possono trasformarsi in munizioni, piattaforme, sistemi di protezione e capacità effettivamente disponibili.
Gli alleati europei e il Canada hanno incrementato in modo significativo gli investimenti, mentre una parte crescente delle risorse viene indirizzata verso droni, sistemi senza equipaggio e tecnologie di sorveglianza. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto il consumo di munizioni e materiali possa essere elevato in un conflitto prolungato.
Il richiamo dell’ammiraglio all’industria è diretto: «bisogna accelerare le consegne, perché alle forze armate servono sistemi disponibili e non semplici presentazioni commerciali». Le aziende devono poter aumentare i ritmi produttivi, garantire filiere affidabili e rispettare tempi compatibili con le esigenze operative.
Il problema riguarda anche la prevedibilità degli ordinativi. Produzioni complesse richiedono investimenti, personale specializzato e componenti che talvolta provengono da catene di fornitura internazionali. Per questo i governi sono chiamati a definire programmi più stabili, evitando che la risposta industriale resti limitata a misure temporanee.
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Intelligenza artificiale e decisioni sempre più rapide
La trasformazione tecnologica dei conflitti passa anche dall’intelligenza artificiale. Sistemi capaci di analizzare una grande quantità di dati in tempi ridotti possono essere impiegati per individuare minacce, riconoscere immagini, monitorare movimenti e supportare la gestione delle operazioni.
Questa evoluzione riduce l’intervallo tra l’emergere di un rischio e la necessità di prendere una decisione. La velocità può rafforzare la difesa, ma impone anche procedure chiare per evitare errori, interpretazioni distorte o automatismi non controllati in situazioni ad alta tensione.
Cavo Dragone ha invitato a non leggere l’innovazione in termini esclusivamente allarmistici. Le attività ripetitive e automatizzabili potranno essere affidate sempre di più ai nuovi sistemi, ma ha ribadito che «l’essere umano deve restare al centro del processo decisionale e conservarne la responsabilità».
In questo scenario, il vantaggio non dipende soltanto dalla quantità di armi disponibili. Diventa fondamentale la capacità di comprendere velocemente ciò che sta accadendo, separare i segnali rilevanti da quelli fuorvianti e coordinare una risposta senza perdere il controllo politico e umano delle decisioni.
«Preoccupazione sì, panico no»: il messaggio ai cittadini
Nelle conclusioni dell’intervista, l’ammiraglio ha richiamato la necessità di mantenere una preoccupazione utile, capace di spingere istituzioni e società a prepararsi. Diversa è la paura che paralizza e impedisce di affrontare con lucidità le difficoltà. Il messaggio, quindi, è di attenzione ma non di allarme indiscriminato.
A Copenaghen, ha raccontato, i 32 capi di Stato Maggiore della Difesa della Nato hanno espresso una posizione condivisa sulla necessità di rafforzare la preparazione dell’Alleanza. L’unità tra i vertici militari viene indicata come un elemento di rassicurazione in una fase internazionale segnata da più crisi contemporanee.
Cavo Dragone lascerà l’incarico nell’estate del 2027. Il suo successore sarà il generale tedesco Carsten Breuer, scelto dai vertici militari dell’Alleanza. L’obiettivo indicato dall’ammiraglio è consegnare una struttura più pronta ad affrontare le minacce ibride, tecnologiche e convenzionali rispetto a quella ricevuta.
La questione aperta resta la stessa evocata all’inizio: come garantire sicurezza e deterrenza senza trasformare la tensione in conflitto. Per la Nato, la risposta passa dalla coesione politica, dalla preparazione militare, dalla resilienza civile e da una presenza credibile lungo tutti i confini dell’Alleanza.