Il dilemma di Meloni
Il problema, però, non si ferma alla Lega. Per Giorgia Meloni, Vannacci è forse il guaio più insidioso perché non nasce all’opposizione del suo governo, ma dentro lo stesso perimetro politico e sentimentale del centrodestra. La premier ha costruito la propria forza su una trasformazione precisa. È passata dalla protesta alla responsabilità, dalla retorica anti-Bruxelles al rapporto stabile con l’Europa, dalla destra barricadera alla destra di governo. Vannacci la sfida proprio su quel terreno, accusandola implicitamente di essersi normalizzata troppo, di avere abbandonato la promessa più dura e più identitaria rivolta all’elettorato di destra.
È qui che nasce il panico vero. Alcune rilevazioni segnalano che Futuro Nazionale potrebbe essere decisivo per la tenuta numerica della coalizione. Con Vannacci dentro, il centrodestra resta competitivo e può allargare il proprio bacino. Senza Vannacci, una parte di quei voti rischia di disperdersi o di trasformarsi in opposizione permanente alla stessa maggioranza. Ma includerlo significherebbe pagare un prezzo alto. Vorrebbe dire consegnare a un soggetto esterno, radicale e difficilmente controllabile un potere di ricatto politico sulla linea del governo, sull’Europa, sull’immigrazione, sulla sicurezza e perfino sulla collocazione internazionale dell’Italia.
Il paradosso è tutto qui. Meloni ha bisogno di apparire affidabile in Europa e nella Nato, ma non può permettersi di perdere il controllo dello spazio alla sua destra. Forza Italia ha bisogno di difendere l’area moderata della coalizione, ma rischia di trovarsi dentro un campo sempre più spostato sulla protesta. La Lega ha bisogno di sopravvivere, ma non può farlo inseguendo all’infinito chi la sta svuotando. Vannacci, invece, può permettersi di essere semplice. Non governa, non media, non deve tenere insieme i mercati, Bruxelles, Washington, i territori, i ministeri e i conti pubblici. Può fare soltanto una cosa, erodere consenso e imporre il proprio linguaggio.
Per questo il sorpasso nei sondaggi non è solo una brutta notizia per Salvini. È una pessima notizia per tutto il centrodestra. Dice che una parte dell’elettorato non si sente più rappresentata dalla coalizione di governo, ma da una sua versione più rabbiosa e più libera da vincoli. Dice che la Lega rischia di diventare marginale proprio nel campo che aveva dominato. Dice che Meloni non ha più il monopolio dello spazio politico alla sua destra. E dice, soprattutto, che alle prossime elezioni il centrodestra potrebbe trovarsi davanti al paradosso più pericoloso. Vincere solo consegnandosi a chi può deformarne l’identità.