
Esistono momenti in cui il silenzio di una zona industriale viene squarciato da un fragore che non appartiene ai macchinari o al lavoro, ma alla violenza più cieca e inaspettata. È un confine sottile quello che separa la celebrazione di una tradizione millenaria da un atto di ferocia che lascia sul terreno solo domande e disperazione. Mentre una comunità si prepara a vestirsi a festa, l’oscurità decide di riscrivere il copione, trasformando i preparativi in un rito di sangue. Le ombre si muovono rapide, i riflessi del metallo anticipano la tragedia e, in pochi istanti, ciò che era vita diventa un freddo bollettino di cronaca, lasciando dietro di sé il peso di un’incomprensibile brutalità che colpisce dritto al cuore dell’integrazione e della fede.
Massacro a Covo: pioggia di proiettili davanti al tempio
Una sparatoria avvenuta appena prima della mezzanotte ha trasformato la zona industriale di Covo in un campo di morte. A terra sono rimasti i corpi di due uomini di origine indiana, entrambi di 48 anni: Rajinder Singh, residente a Covo, padre di tre figli ed ex presidente del centro locale, e Gurmit Singh, proveniente da Agnadello. L’agguato è scattato in via Campo Rampino intorno alle 23:50, proprio mentre le vittime uscivano da un capannone adibito a tempio sikh, l’associazione Gurudwara Mata Sahib Kaur Ji. La ferocia dell’attacco è testimoniata dalla decina di bossoliritrovati sul selciato, un numero di colpi esplosi ben superiore a quello necessario per uccidere, segno di un’esecuzione spietata.
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