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“Tumore alle ossa”. Il dramma dell’attore italiano: “L’ho scoperto così”

Vinicio Marchioni, il tumore alle ossa scoperto durante le prove

Secondo il racconto dell’attore, quel periodo ha imposto un doppio lavoro: costruire il fisico di Stanley e, contemporaneamente, ritrovare una nuova stabilità personale. Una coincidenza dal sapore quasi beffardo, ma senza mai perdere lucidità. Marchioni ha spiegato: “Fortunatamente è rientrato, è stato curato, ma quell’esperienza mi ha portato a ripensare anche il rapporto con il mio corpo. Tra l’operazione, la fisioterapia e le cure, mentre cercavo di costruire il corpo di Stanley, mi ritrovavo a fare i conti con il mio. Stanley era un uomo guidato da una potenza fisica enorme. Io, invece, stavo cercando un nuovo equilibrio nel mio corpo”.

La battaglia contro il tumore alle ossa, al momento completamente curata secondo quanto riferito dallo stesso Marchioni, non è diventata materia da esporre. L’attore ha scelto una strada lontana dalla spettacolarizzazione del dolore, trasformando invece quell’esperienza in una riflessione intima e, inevitabilmente, artistica.

“Non mi è mai piaciuto mettere in piazza le sofferenze. L’ho vissuta come un’esperienza, quasi come se avessi incontrato un altro personaggio. Era qualcosa che entrava dentro di me e con cui dovevo convivere. Sono fatalista e forse ho finito per riversare tutto dentro il viaggio di quel personaggio”.

Il lavoro come motore: teatro, cinema e una vita pienissima

In una fase così complessa, il set e il palcoscenico non hanno rappresentato soltanto un impegno professionale. Per Marchioni sono diventati una spinta concreta ad andare avanti. “Questo lavoro, però, è anche un motore straordinario: ti dà motivazioni. Tengo molto che dal libro emerga quanta vita c’è dentro il mestiere dell’attore. Lo spettatore vede uno spettacolo o un film, ma dietro c’è un essere umano e un corpo che attraversa tutta la propria vita, nel bene e nel male”.

Fuori dal teatro, intanto, accadeva di tutto: il cinema procedeva bene, il ruolo di Stanley segnava un passaggio importante e la sua famiglia stava crescendo. Insomma, una di quelle stagioni in cui la vita non si mette certo in pausa, anche quando sarebbe comprensibile desiderarlo.

“Il teatro si fa sempre con quello che sei, nel bene e nel male. Mi sono chiesto: come posso far entrare tutto questo dentro il personaggio? Per fortuna, è andato tutto bene. In quel periodo sono nati anche i miei figli. Avevo intorno una vita pienissima: il mio ruolo teatrale più importante, il cinema che stava andando bene. Non potevo fermarmi. C’è una frase di Čechov: “Domani mattina il sole sorgerà comunque”. E io quel sole volevo continuare a vederlo”.

La balbuzie di Vinicio Marchioni e l’incontro che ha cambiato tutto

Nel libro emerge anche un’altra fragilità, molto più antica: la balbuzie. Da adolescente, Marchioni trovava nella scrittura un rifugio e uno spazio di libertà, prima che il teatro gli offrisse lo strumento per trasformare quel limite in ricerca. “Da ragazzo sentiva “un grande bisogno di esprimermi. Mi sono sempre rifugiato nella scrittura, nei diari. La balbuzie e le difficoltà dell’adolescenza hanno creato dentro di me mondi che avevano bisogno di uscire. La fortuna è stata incontrare il teatro”.”

Da quella difficoltà è nato persino un rapporto più attento con le parole, quasi un allenamento quotidiano. “Da balbuziente sei costretto a riflettere continuamente su cosa significhi parlare. Sai su quale sillaba rischi di inciampare e impari a costruire frasi diverse, a cercare sinonimi, ad aggirare quella parola. Uno studio continuo del linguaggio e dell’espressione. Parlare è un miracolo, tanto quanto la vita”. Una lezione potente, senza effetti speciali: dietro ogni personaggio, c’è sempre una persona.

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