
Non usa mezze misure, non cerca consenso e non smussa gli angoli. Alla vigilia della presentazione del suo ultimo libro, Il reato di pensare. Oltre il conformismo, esercizi di libertà, Paolo Crepet torna a far discutere con parole che colpiscono dritto al cuore dei grandi riti collettivi italiani. Nel mirino finisce anche il Festival di Sanremo, simbolo popolare per eccellenza, definito senza giri di parole come l’emblema di una “mediocrità” diffusa.
Intervistato dal Corriere della Sera, lo psichiatra chiarisce subito la sua posizione: non gli interessa essere ecumenico, né compiacere il pubblico. “Chi viene a sentirmi sa che lo irriterò”, spiega, rivendicando il diritto di “seminare sulla roccia”, scuotere coscienze e smontare conformismi.

“A Sanremo non c’è più niente da dire”
La critica non è rivolta soltanto alla kermesse dell’Ariston, ma a ciò che rappresenta. “Basta guardare la mediocrità di Sanremo per capire che oggi non c’è più niente da dire”, afferma Crepet. Secondo lui, l’arte senza sofferenza perde senso, profondità e capacità di scoperta.
Il problema, nella sua analisi, è più ampio: una società che rifiuta il dolore e la frustrazione finisce per produrre “replicanti”, artisti standardizzati che vendono una perfezione costruita e senz’anima. Il talento, sostiene, nasce dal conflitto, dal rischio, dall’imperfezione. Senza quel percorso accidentato, resta solo la superficie.
La stoccata alla modernità digitale
Crepet allarga poi il discorso alla dimensione tecnologica. Dieci anni fa – ricorda – metteva in guardia dai pericoli del digitale e veniva etichettato come “boomer”. Oggi, osserva, persino imprenditori di primo piano iniziano a esprimere dubbi sull’intelligenza artificiale e sul sistema che stiamo costruendo.
Per lo psichiatra viviamo in una realtà che definisce “distopica”, dove il progresso viene venduto come rivoluzione ma rischia di svuotare l’esperienza umana. L’esempio è concreto: un rider che pedala chilometri per consegnare una pizza mediocre, simbolo di un modello che chiamiamo innovazione ma che, nella sostanza, ripropone vecchie dinamiche di sfruttamento.
Non a caso cita Tempi moderni di Charlie Chaplin, evocando l’immagine dell’operaio alla catena di montaggio. Oggi, dice, le “viti” sono digitali, ma il meccanismo non è cambiato.
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