
Nel caso Garlasco, a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, tornano sotto i riflettori alcuni atti delle prime settimane d’indagine. La giovane fu uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli e la nuova attività della Procura di Pavia sta riportando l’attenzione non soltanto sui reperti raccolti, ma anche sulle modalità con cui vennero condotti gli accertamenti.
Il quadro che emerge dalle carte riguarda in particolare i sopralluoghi svolti nel settembre 2007, quando l’abitazione della famiglia Poggi era ancora al centro di verifiche tecniche delicate. Tra richieste di accesso, dinieghi della magistratura e verbali da confrontare, la ricostruzione delle procedure seguite allora resta uno dei punti sui quali si concentra la nuova inchiesta.

Delitto di Garlasco, le carte del 2007 tornano al centro delle verifiche
I documenti risalenti al 2007 descrivono una fase investigativa complessa, segnata dalla necessità di rispettare regole precise durante gli accertamenti all’interno della villetta. Gli atti, oggi riesaminati nel contesto delle verifiche della Procura di Pavia, consentono di ricostruire i rapporti tra magistratura, investigatori e difesa di Alberto Stasi.
Uno dei passaggi più rilevanti riguarda il Ris di Parma, chiamato a svolgere attività tecniche nella casa di Chiara Poggi. Dalla documentazione risulterebbero due richieste presentate per partecipare ai sopralluoghi, entrambe respinte. Al centro della vicenda c’è Luciano Garofano, che all’epoca era comandante del reparto.
Il 3 settembre 2007, in vista delle operazioni fissate per il 5 settembre, Garofano inviò una comunicazione alla pm Rosa Muscio. Chiedeva di poter assistere agli accertamenti nella villetta di via Pascoli e, secondo quanto riportato negli atti, segnalava di non avere notizia di contrarietà da parte dei legali di Stasi.
L’autorizzazione non arrivò. La scelta della magistrata, secondo la ricostruzione contenuta nelle carte, fu determinata dalla natura delle attività programmate e dalle condizioni previste per la presenza ai sopralluoghi. Non si trattò quindi di una valutazione sul ruolo operativo del comandante, ma dell’applicazione delle regole stabilite per quel tipo di accertamento.


Luciano Garofano e i sopralluoghi nella villetta di Chiara Poggi
Garofano avanzò una nuova istanza pochi giorni dopo. L’8 settembre chiese di essere presente ai rilievi previsti per il 12 settembre, precisando di voler intervenire “in qualità di comandante del Reparto e di ufficiale di pg”. Anche questa richiesta non venne accolta.
Il 9 settembre, la pm Muscio formalizzò il diniego. Nella risposta spiegò che si trattava di “attività che si inserisce nell’ambito degli accertamenti tecnici irripetibili disposti da queste pm”. Di conseguenza, l’accesso doveva essere riservato soltanto a “i difensori delle parti e i loro consulenti”.
Il dettaglio procedurale è oggi nuovamente esaminato perché aiuta a definire il perimetro in cui si mossero i protagonisti delle indagini. Per assistere alle operazioni non era sufficiente ricoprire un incarico apicale al Ris: occorreva rientrare tra i soggetti formalmente ammessi nell’ambito dell’accertamento tecnico irripetibile.
In quel frangente ebbe un peso anche la posizione della difesa di Alberto Stasi, allora affidata agli avvocati Giovanni ed Eleonora Lucido. Contrariamente a quanto prospettato nella prima richiesta, i legali avevano “manifestato la volontà di non consentire” l’ingresso di persone diverse da quelle autorizzate.
La difesa, inoltre, aveva dichiarato di riservarsi la facoltà di contestare “l’invalidità delle operazioni” qualora le condizioni fissate non fossero state rispettate. Da qui la decisione della pm: Garofano non era stato nominato consulente della Procura e non disponeva dunque del titolo formale necessario per presenziare ai sopralluoghi.
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