PERSONAGGI TV. Giancarlo Giannini, dopo tanto tempo, parla della morte del figlio di parecchi anni fa. Durante una lunga intervista con il Corriere della Sera, l’attore si lascia andare in un racconto che, evidentemente, fa ancora tanto male. Lascia spazio però anche a qualche curiosità sulla sua vita.
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Giancarlo: Made in Liguria
Giancarlo Giannini oltre che attore è anche doppiatore, regista e sceneggiatore e protagonista della commedia all’italiana, dalla lunga e prolifica carriera, poliedrico e di grande carisma. Negli anni si è fatto strada nella storia della recitazione e dello spettacolo nostrano e non solo. Le sue radici se le porta dietro anche quando va oltre oceano. Infatti racconta di quella volta che ha parlato di pasta invece che di film. «Una delle poche richieste è di avere una stanza d’albergo con il cucinino, mi piace prepararmi da mangiare a fine giornata sul set. Da mia nonna Luisa ho preso l’abitudine di non buttare mai gli avanzi. Una volta in America volevano intervistarmi per un film, invece ho parlato per un’ora della mia pasta al pesto, da allora mi chiamano The king of pesto. Lo considero un nettare divino».
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L’icona Giancarlo Giannini quindi ci svela che, le sue radici, sono parte integrante della persona che è oggi e che se le porta appresso come un trofeo. «La mia Liguria, ai contadini della mia terra, gente splendida, tenace, tosta. Hanno un motto che è anche il mio: se ho poco, devo vivere con poco. Il mio mondo, come dico nella mia autobiografia, Sono ancora un bambino (ma nessuno può sgridarmi), è fatto di cose semplici e di sogni».
Giancarlo Giannini parla della morte del figlio
Poi l’intervista al Corriere continua con il ricordo del figlio che purtroppo è morto troppo presto. «Ho raccontato anche il mio più grande dolore, la perdita di Lorenzo, mio figlio primogenito, morto nel 1987, a 19 anni, per aneurisma…Voglio cancellare questa parola. Un giorno, stranamente, mi aveva chiesto cosa c’è dopo la morte. Non sapevo come rispondere, gli raccontai una favola, immagina tanti colori nello spazio, esistono ma poi finiscono, è come una montagna da scalare, raggiungi altri colori…Gli raccontai la morte come una sensazione di conoscenza. Ero disperato ma non ho pianto, mi sono fatto forza anche per gli altri familiari, ho pensato che ha raggiunto la conoscenza, che sta meglio di noi che ci poniamo domande e non era solo una luce consolatoria».
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