
Nel caso della ricina a Pietracatella, che ha provocato la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, resta un punto decisivo ancora da chiarire: l’intossicazione è stata causata da un gesto volontario oppure da un’esposizione accidentale? Gli accertamenti scientifici hanno confermato la presenza della tossina, ma non hanno finora stabilito in quali circostanze le due donne siano entrate in contatto con essa.
La vicenda, avvenuta nel comune della provincia di Campobasso, continua quindi a muoversi su due piani distinti. Da una parte c’è la certezza medico-legale di un’intossicazione acuta da ricina; dall’altra ci sono le indagini della Procura di Larino, aperte per duplice omicidio volontario aggravato dall’uso di sostanze velenose, ma ancora senza persone iscritte nel registro degli indagati.
Secondo quanto riferito dagli specialisti coinvolti negli accertamenti, i dati raccolti consentono di individuare la causa della morte, non però di attribuire con certezza l’origine dell’avvelenamento a una condotta deliberata. È una distinzione centrale per la qualificazione della vicenda e per i successivi sviluppi investigativi.
Alla prudenza ha richiamato anche Antonio Di Pietro, ex magistrato e protagonista delle indagini di Mani Pulite. Pur in presenza di un quadro tossicologico definito, l’ex pubblico ministero ha osservato che la prova di un delitto richiede ulteriori elementi, capaci di dimostrare non solo il contatto con il veleno ma anche l’eventuale intervento consapevole di una terza persona.

