La Procura di Larino mantiene aperta l’ipotesi del duplice omicidio
Nonostante la prudenza degli esperti, la Procura di Larino prosegue l’inchiesta nell’ipotesi di duplice omicidio volontario aggravato dal mezzo venefico. Il fascicolo è aperto contro ignoti e, fino a questo momento, non risulta l’iscrizione di alcuna persona nel registro degli indagati.
L’indagine, avviata all’inizio di aprile, è coordinata dalla procuratrice Elvira Antonelli. Gli investigatori continuano a raccogliere informazioni e a valutare ogni possibile scenario, con l’obiettivo di chiarire sia l’origine della ricina sia le modalità con cui le due donne potrebbero averla ingerita.
La procuratrice ha spiegato che gli accertamenti proseguono «su tutte le piste possibili», compresa quella di un avvelenamento non intenzionale. Secondo la valutazione della magistratura, tuttavia, questa eventualità sarebbe «la più improbabile».
Si tratta di una valutazione investigativa che non coincide, almeno sul piano strettamente scientifico, con le conclusioni degli esperti. Medico legale e tossicologo hanno precisato di non disporre di elementi sufficienti per distinguere tra un’assunzione casuale e una somministrazione attribuibile a terzi.
La situazione richiede pertanto ulteriori riscontri. Per sostenere l’ipotesi di omicidio, gli inquirenti dovranno individuare elementi concreti che permettano di escludere, o comunque di ridimensionare in modo motivato, l’ipotesi accidentale. Potrebbero assumere rilievo, in questo senso, la provenienza della sostanza, il luogo dell’esposizione e i rapporti avuti dalle vittime nelle ore precedenti al malore.

Circa duecento persone ascoltate durante le indagini
Nel corso dei mesi, gli investigatori hanno ascoltato circa duecento persone. Le audizioni sono servite a ricostruire le abitudini di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, i loro rapporti personali, gli spostamenti e i contatti avvenuti prima della tragedia.
Alcuni testimoni sarebbero stati convocati più di una volta. La ripetizione delle audizioni può rispondere alla necessità di verificare dettagli, confrontare dichiarazioni e chiarire aspetti emersi in fasi successive degli accertamenti. Non implica, da sola, l’esistenza di sospetti nei confronti delle persone sentite.
Tra le persone ascoltate figurano Gianni Di Vita, il sacerdote, l’insegnante, alcune cugine delle vittime e altri conoscenti. Si tratta, secondo quanto riferito, di persone informate sui fatti, chiamate a contribuire alla ricostruzione del contesto nel quale si è verificata l’intossicazione.
«Tutte persone informate sui fatti, vuol dire che non è sciolto ancora il nodo dell’ipotesi delittuosa», ha osservato.
Di Pietro ha inoltre respinto l’idea di descrivere Pietracatella come una comunità chiusa o segnata da atteggiamenti di omertà. Descrivere il paese come un ambiente «paramafioso», ha affermato, sarebbe una «capriola che non esiste».
Il mistero della cena del 23 dicembre e della possibile ingestione
Uno dei passaggi più importanti della vicenda riguarda la possibile assunzione della ricina nella serata del 23 dicembre. Gli specialisti ritengono che l’ingestione della tossina possa essere avvenuta non oltre quella data, anche se la definizione di una tempistica puntuale resta complessa.
La difficoltà dipende anche dalla limitata letteratura scientifica relativa ai tempi di comparsa dei sintomi dopo un’intossicazione da ricina. La risposta dell’organismo può variare in base a diversi fattori, tra cui la quantità assunta e le modalità di esposizione, rendendo più difficile fissare un intervallo temporale certo.
La cena consumata prima dell’insorgenza dei disturbi rimane perciò un momento rilevante nell’ambito dell’inchiesta. Al momento, però, non è stato accertato un collegamento diretto tra un cibo specifico, una bevanda determinata e l’avvelenamento delle due donne.
Durante le autopsie, la ricostruzione è stata resa più difficile dalle condizioni degli stomaci delle vittime. Dopo i ripetuti episodi di vomito, non sarebbero rimasti residui alimentari utili a identificare con precisione ciò che era stato ingerito; era invece presente sangue.
Stabilire il mezzo attraverso cui la ricina è entrata nell’organismo sarebbe un passaggio di rilievo per comprendere la dinamica dei fatti. Anche l’eventuale scoperta di un alimento o di un liquido contaminato, tuttavia, non sarebbe automaticamente sufficiente a dimostrare la volontarietà dell’avvelenamento: resterebbe comunque da chiarire come e da chi quella sostanza sia stata introdotta.
Una parte significativa delle risposte potrebbe arrivare dagli esami in corso su 70 alimenti e su 131 reperti e campioni raccolti durante l’accertamento del 30 luglio. Gli investigatori attendono gli esiti definitivi di queste analisi, che potrebbero contribuire a definire meglio la sequenza dell’intossicazione.
