
La riapertura dello Stretto di Hormuz, avvenuta dopo la tregua tra Stati Uniti e Iran, riporta la navigazione in uno dei principali punti di passaggio del commercio energetico mondiale. Tuttavia, secondo l’analisi di Matteo Villa, esperto dell’Ispi, la ripresa del transito non comporterà un calo immediato dei prezzi dei carburanti.
Nonostante la normalizzazione del traffico in un’area da cui transita circa il 20% del petrolio globale, gli effetti della crisi continueranno a riflettersi sui listini ancora per diverse settimane, e in alcuni casi per mesi.
⛽️🇮🇷 Hormuz, prepariamoci alle polemiche delle prossime settimane.
— Matteo Villa (@emmevilla) April 8, 2026
Anche se lo stretto di Hormuz fosse “aperto” da oggi, ci vorranno settimane perché i prezzi alla pompa in Europa si stabilizzino e mesi prima che si torni alla normalità.
Ci sono due ordini di ragioni: danni e… pic.twitter.com/d1shRV5TUx
Prezzi carburanti e tempi tecnici: la logistica frena il ribasso
Tra i fattori determinanti indicati nell’analisi c’è la componente logistica. Le forniture via mare seguono cicli di trasporto lunghi e, durante la fase di tensione, l’impatto sui mercati europei si è manifestato con un inevitabile ritardo, legato ai tempi di percorrenza delle navi in partenza dal Golfo.
Il meccanismo, secondo Villa, opera anche nella fase di rientro: pur con lo Stretto nuovamente operativo, sono necessarie tra tre e cinque settimane perché i nuovi carichi raggiungano l’Europa e possano incidere in modo visibile sul prezzo alla pompa.
Per il gas naturale liquefatto, i tempi risultano più estesi. Oltre al trasporto, è necessario il ripristino della produzione e la graduale normalizzazione delle catene operative, con un ritorno alle condizioni precedenti che richiede una fase di assestamento.
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