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Caso Silvia Romano, la decisione del giudice per Feltri, Sallusti e Sgarbi

Alcuni giornalisti dovranno fare i conti con la decisione del gip di Milano Teresa De Pascale, per le affermazioni che hanno detto su Silvia Romano, la ragazza rapita in Kenya nel novembre 2018 e liberata dopo un anno e mezzo di prigionia. Arriva quindi l’imputazione coatta per diffamazione aggravata e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa nei confronti dei giornalisti Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri.

Le offese a Silvia Romano

L’11 maggio 2020, Vittorio Feltri, in qualità di direttore editoriale, ha scritto un articolo su Libero dai toni razzisti. Il titolo era “Silvia Romano: ‘Mi sono convertita’. Abbiamo liberato un’islamica”. Lo stesso giorno ci ha pensato anche Alessandro Sallusti ad offendere la fede religiosa della ragazza con un articolo su Il Giornale. “Schiaffo all’Italia. Islamica e felice Silvia l’Ingrata. Abbiamo pagato 4 milioni per salvarla, ma la volontaria è tornata con la divisa del nemico jihadista”.

Sallusti ha rincarato la dose con un tweet. “Silvia è tornata, bene, ma è stato come vedere un prigioniero dei campi dì concentramento orgogliosamente vestito da nazista. Non capisco, non capirò mai”. Anche Sgarbi aveva detto qualche parola di troppo su Silvia Romano, nelle trasmissioni radiofoniche ‘La Zanzara’ e in quella televisiva ‘Quarta Repubblica’. Secondo il critico d’arte la ragazza doveva essere “arrestata per concorso esterno in associazione terroristica”.

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Archiviazione per Vittorio Sgarbi

Secondo il giudice le espressioni utilizzate dagli indagati “risultano certamente discriminazione della religione islamica nonché potenzialmente idonee a istigare il comportamento del pubblico a commettere atti di discriminazione per motivi religiosi o razziali”. Il gip ha quindi ordinato l’imputazione coatta per i due giornalisti imputati.

È diversa invece la scelta su come procedere per quanto riguarda Sgarbi. Il gip Cristofano ha sottolineato che le frasi utilizzate dal critico d’arte, “seppure dal contenuto aspro e dalle forme iperboliche, dovevano essere calate anche nel contesto pubblico in cui erano state rese: trattavasi, infatti, di programmi radio-televisivi c.d. talk show, notoriamente caratterizzati da interventi resi con toni di teatralizzazione e di spettacolarità, al fine di tenere alta l’attenzione e di attirare la curiosità del telespettatore”. È dunque archiviata la questione Sgarbi che era sotto inchiesta per diffamazione aggravata.

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